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Sommario |
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L'ad gentes nella vita della Chiesa tra '800 e '900 di Maurilio Guasco Ad Gentes 2/2004 Il saggio si prefigge di contestualizzare storicamente il ruolo che l'ad gentes ha nella vita della Chiesa. Risale per questo fino al pontificato di Gregorio XVI e a quelle iniziative di cooperazione "popolare" alla missione universale che confluiranno più tardi nelle Pontificie Opere Missionarie. Se alla base del "nuovo slancio" ci fu un sincero zelo per il Vangelo, non si può negare che fu accompagnato dalla politica delle nazioni europee, che volevano fare della missione un precursore delle conquiste coloniali. La politica accentratrice del Vaticano, poi, sotto Leone XIII, non favorì il riconoscimento delle altre culture e la crescita delle Chiese locali. La seconda metà dell'800 conobbe una straordinaria fioritura di Congregazioni missionarie e la crescita dei missionari, da 350 all'inizio dell'800 a circa 87.000 verso la fine. Tuttavia, l'attività missionaria rimaneva opera di specialisti e non rifluiva sulla mentalità e la vita dei popoli cristiani. Fu P. Paolo Manna, con la stampa e con l'Unione Missionaria del Clero (1916) a rendere più viva fra i cristiani la prospettiva delle missioni estere. Le grandi encicliche missionarie Maximum illud (Benedetto XV, 1919) e Rerum Ecclesiae (Pio XI, 1926) valorizzavano e allo stesso tempo rilanciavano la riflessione teologica sulla missione. Nel frattempo si faceva strada anche l'idea di una missione nei paesi già cristiani, soprattutto in Francia (madeleine Delbrêl, Henri Godin e Yvan Daniel della JOC, i Piccoli Fratelli e le Piccole Sorelle di Gesù). Restavano però tutti gli ostacoli al coinvolgimento diretto delle Chiese locali nell'opera missionaria, che solo la Fidei donum di Pio XII (1957) e definitivamente il Concilio Vaticano II rimuoveranno. |