Arriverò comunque

                                                                                                               

Sfuggo dalla siccita’
dalle privazioni
dalla fame
dalle guerre civili e incivili
dall’inferno
da una terra senza futuro e senza sogni.

Vendo il mio corpo
a poco prezzo
a chiunque
per comprare un sogno.

Dopo duemila chilometri di sabbia
di sole e di freddo
di cimiteri
il sogno annebbiato e confuso
s’intravede all’orizzonte
mentre sull’altra riva
iniziano i festeggiamenti del Natale.

Ora, coperta da un lembo di cielo,
sto attraversando quel lembo di mare
che separa il sogno dalla realta’,
che separa l’inferno dal paradiso.

Sto attraversando quel maledetto mediterraneo
cimitero della libert�
fosse comune per nascondere la vergogna della civilt�
discarica del vostro benessere
e fonte delle vostre delizie.

Sto attraversando l’ultimo ostacolo
di questa folle corsa ad ostacoli
con altri quaranta sognatori,
su un vecchio gommone
che può portare solo dieci,
in balia alle onde.

Ma i nostri sogni non temono le onde
e nemmeno i cimiteri.
Non importano la sete e la fame
non importano le sofferenze
domani saranno lontani ricordi.
Non importano le ferite
domani saranno cicatrici.

Domani o dopodomani arriverò da voi
per raccogliere i brandelli del mio corpo
per rinascere
e incominciare a scrivere la mia vera storia
e forse per condividere con voi il paradiso
o almeno la cena di Natale.

Ad un tratto
mi trovo avvolta nelle tenebre profonde
illuminate da mille occhiolini luccicanti
che iniziano a fare festa del mio corpo
prima di finire sui tavoli della vostra festa.
(Abdelkarim Hannachi)

Acqua: bene comune dell’umanità, diritto di tutti

Si terrà a Copenhagen, tra il 30 novembre e il 10 dicembre, la Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, in sostituzione del Protocollo di Kyoto .
In questo contesto sono molte le organizzazioni internazionali che chiedono di inserire nell’agenda dei lavori una particolare attenzione e presa di posizione sul problema dell’acqua.

acqua01L’acqua sta diventando in misura sempre maggiore un elemento rispetto al quale è indispensabile avviare una riflessione capace di cogliere i diversi aspetti di questa problematica. Tale riflessione non può che partire dalla drammatica considerazione che attualmente sul pianeta oltre 1 miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile nella quantità e qualità sufficienti, mentre a più di 2 miliardi di persone viene negato l’accesso a un’igiene adeguata.
Questo numero è destinato progressivamente ad aumentare nei prossimi decenni e la mancanza di acqua potabile interesserà soprattutto i Paesi del Sud del mondo, già ora duramente colpiti da questo problema.
Sappiamo che quando una persona si trova in condizioni disagiate in questo ambito, diminuiscono le sue opportunità di realizzare il proprio potenziale di essere umano. Due delle maggiori cause della povertà e della disuguaglianza mondiale sono proprio le fonti d’acqua non sicura e un’igiene inadeguata.
Possiamo affermare che ci troviamo di fronte a una quotidiana, diffusa e quindi sistematica violazione del diritto all’acqua.
Gli aspetti legati a questa situazione sono evidentemente molteplici e sicuramente interagenti fra loro; la prospettiva ambientale, quella politica, economica, giuridica, storica, sociale, culturale sono delle diverse chiavi di lettura del contesto relativo all’acqua e alla difficoltà di accedervi per larga parte della popolazione mondiale.
acqua021 Al progetto “Acqua: bene comune dell’umanità, diritto di tutti“, l’EMI ha contribuito con una serie di pubblicazioni che prendono in esame i molteplici aspetti del problema. Questo progetto fa parte di un ampio quadro di iniziative internazionali orientate a promuovere la cultura dell’acqua come bene comune e come occasione di partecipazione ed esercizio della cittadinanza in un’ottica di cooperazione e di solidarietà con tutti i popoli del mondo.
Le vere sfide che abbiamo di fronte sono quella del riconoscimento del diritto all’acqua, che ancora non c’è, nonostante gli impegni dell’ONU e di alcuni governi; quella di garantire a tutti entro pochi anni l’accesso all’acqua attraverso impegni concreti e con la garanzia di un governo pubblico mondiale, che promuova una gestione equa, solidale, partecipata e sostenibile di questo bene comune dell’umanità.

Per approfondimenti sul tema dell’acqua e sui problemi dell’ambiente vi consigliamo di visitare:
EMI e l’ambiente

L’arte come re-esistenza

arteresistenzaNel fiume di notizie quotidiane e negoziati di pace moribondi, ben pochi sembrano conoscere le bellezze della comunità palestinese e la vitalità creativa della produzione musicale, artistica e letteraria. Eppure, leggendo questo libro, si scopre che in Cisgiordania, nella Gaza “fondamentalista” e nella Gerusalemme araba il talento abbonda: il violinista internazionale Ramzi Abu Radwan che lavora con i bambini dei campi profughi di Ramallah, i registi e gli attori del Teatro dell’Oppresso Ashtar, Zakariya Zubeidi e i ragazzi del teatro della Libertà di Jenin e mille altri ancora.
Cos’è l’arte per la Palestina? È resistenza ed esistenza al tempo stesso. L’arte racchiude l’identità e la creatività di un popolo che ha deciso di non farsi annullare dalla storia per abbattere lo stereotipo di “violento”, “fanatico” e “terrorista” che gli è stato cucito addosso.

 

 

L’arte come re-esistenza
Il sorprendente incontro con il talento palestinese
pp. 160 - euro 12,00

Lo scandalo storico

di Laura Tussi

nazisti2Il mosaico complessivo dello sterminio nazista non risulta omogeneo, ma presenta modalità di realizzazione differenziate che devono essere tenute presenti, al fine di intendere questo processo storico nella sua realtà concreta, nel quadro di un comune intento criminale perpetrato dai nazisti in tutto il territorio europeo sul quale riuscirono ad esercitare il loro nefasto dominio.
Lo sterminio nazista è stato un fenomeno sistematico che ha assunto modalità molteplici e differenti di esecuzione e realizzazione storica, in una molteplicità che deve essere indagata e studiata analiticamente, per recuperare lo spessore di una tragedia che non trascende la storia umana, ma si innesta all’interno della vicenda mondiale dell’umanità, come un fardello, anche con tutta l’incoscienza e il senso di sottomissione e obbedienza degli attori che hanno eseguito l’immane ignominia dello sterminio e hanno rappresentato questa tragedia sulla scena del mondo. L’annientamento nazista non si sottrae al giudizio storico, in quanto la sua esecuzione è stata opera di uomini, che in un determinato tempo storico e in un definito spazio geografico e politico, hanno attuato ed eseguito la criminale decisione di realizzare quella soluzione finale che coincide con un assassinio di massa a livello industriale di milioni di persone.
La “banalità del male” si radica in quello stesso atteggiamento, tipico delle SS, con il quale questo gruppo nazista annullava l’istintiva pietà animale per la sofferenza altrui, concependo di dover combattere una battaglia contro le donne, i bambini, i vecchi e altre categorie deboli che il sistema nazista ha annientato.
Risulta doveroso distinguere la fenomenologia complessa dei diversificati campi di sterminio nazisti, con la primaria funzione distruttiva, finalizzata ad annientare ogni presunta razza inferiore, ogni oppositore politico e ogni diversità sociale, secondo una logica razzista assoluta e fanatica, nell’ottica della criminale funzione distruttiva che si manifestava in differenti modalità, con l’imposizione del lavoro schiavile, con l’eliminazione degli avversari politici e con l’annientamento sistematico delle presunte razze inferiori.
Queste diversificate funzioni dei lager nazisti comportavano diverse modalità di organizzazione dei campi di sterminio, pur condividendo sempre la comune meta finale nazista, ossia l’eliminazione del diverso, dell’altro, dell’opposto e del più debole.
La pacata e cogente riflessione di Primo Levi, che non ammette dubbi e perplessità, ricorda che l’opera abominevole dello sterminio nazista non è stata compiuta da esseri diabolici, ma è stata concepita e minuziosamente e capillarmente perseguita, con ottusità burocratica, da altri uomini contemporanei, per cui lo sterminio nazista non deve essere considerato un unicum, catalogabile come evento mitico, da collocarsi necessariamente oltre la storia e oltre le capacità critiche umane. Le vicende del criminale annientamento nazista devono essere collocate in un quadro storico contemporaneo, pensando anche alla grande varietà di termini che sono stati coniati per riferirsi a quanto compiuto dai tedeschi nei campi di concentramento e di sterminio, scrivendo variamente di Olocausto, di Shoah, di universo concentrazionario, di soluzione finale, di genocidio.
Si indica anche la Shoah, assumendo Auschwitz come metonimia e simbolo universale, collocato oltre la storia, in una zona mitica e improbabile, cui è lecito pensare mediante il silenzio, sperimentando in tal modo l’impossibilità degli argomenti umani nel rendere tutta la drammaticità di tali eventi storici, dove ogni termine e ogni soluzione prospettata colgono aspetti rilevanti e puntuali, condividendo la necessità di rimuovere totalmente l’ignominia connessa allo sterminio nazista, attraverso diverse modalità logiche con le quali si è costantemente rimosso lo scandalo dell’annientamento di massa perpetrato, con efficienza burocratica ed industriale, dal sistema totalitario. nazisti02
La politica nazista aveva l’intenzione dichiarata di rimuovere dalla mente dei superiori uomini arii l’idea cristiana, illuminista e marxista dell’uguaglianza tra gli esseri umani, imponendo, al centro della concezione del mondo e della realtà, un razzismo assoluto, dove non tutte le cosiddette razze sono uguali, in quanto neppure gli uomini sono uguali tra loro, perché esistono individui superiori che hanno il diritto di dominare sulla terra e a cui si contrappongono molte altre persone inferiori, che devono essere schiavizzate e subordinate ai dominatori arii.
Dal punto di vista nazista, l’ario che elimina altri uomini inferiori, non sta compiendo un assassinio, ma sta semplicemente compiendo un’operazione igienica di disinfestazione del mondo, un’opera sistematica di mera pulizia etnica, compiuta con determinazione e burocratica ottusità, per la tutela delle esclusive condizioni di benessere dell’intera umanità superiore.
L’immane opera di pulizia etnica poteva essere effettuata solo da individui superiori come le SS che avevano introiettato la visione del mondo nazista e che erano convinte che l’eliminazione violenta di altri uomini rappresentava un’opera lodevole meritoria e non un crimine.
Di fronte alla necessità di ricostruzione storica di quanto accaduto nei campi di sterminio nazisti, sembra dunque opportuno ricordare questo scandalo etico, storico e civile, la cui memoria consenta di recuperare e far rammentare alle nuove generazioni tutta l’abominevole criminalità del terrore nazista.

Alla EMI il premio Green Book per l’impegno ecologico

La nostra casa editrice ha ricevuto il “Premio Green Book”, istituito dal “Pisa Book Festival”, fiera dell’editoria indipendente; il riconoscimento è dedicato all’editore che nel corso dell’anno ha dimostrato maggiore impegno e dedizione alla causa ecologica e al verde urbano. La nostra casa editrice fu la prima a diffondere i temi dell’alternativa al neoliberismo, del boicottaggio delle multinazionali e della denuncia dellecologia’emarginazione dei popoli del Sud del mondo.
Negli ultimi anni abbiamo rafforzato il binomio informazione/azione affiancando alla denuncia la proposta di nuovi stili di vita e offrendo strumenti di scelta consapevole per rispondere alle minacce e alle sfide globali.
Tra le pubblicazioni di quest’anno, la giuria del premio ha scelto di dare rilievo a ‘L’Anticasta, l’Italia che funziona’, scritto da Marco Boschini e Michele Dotti, rispettivamente coordinatore dell’Associazione nazionale dei Comuni Virtuosi e formatore del Centro Ricerca Educazione allo Sviluppo.
Il libro ha per protagonista “l’Italia più ricca di senso, quella fatta di tante persone oneste che si battono ogni giorno per un paese migliore e che stanno già dimostrando con i fatti che le alternative concrete esistono”.

Ti consigliamo di leggere la scheda di:

L’Anticasta
L’Italia che funziona

(volume con DVD)di Marco Bochini e Michele Dotti
pp. 188 - euro 15,00

Parola di Vice Questore

Fogli di via

 A Gianpaolo Trevisi, vicequestore di Verona, la prima edizione del Premio «Zecchino d’oro»

 

Scelto dall’Antoniano di Bologna e dall’organizzazione delle Selezioni nazionali per l’impegno profuso per anni, a tutela dell’infanzia, in qualità di dirigente dell’ufficio Immigrazione

 

Verona, 5 ottobre 2009. E’ stata assegnata a Gianpaolo Trevisi, vicequestore aggiunto e dirigente della Squadra Mobile della Questura di Verona, la prima edizione del Premio «Zecchino d’oro», riconoscimento che l’Antoniano di Bologna e l’organizzazione delle Selezioni nazionali dello Zecchino d’oro hanno ideato per celebrare professionisti, enti e istituzioni segnalatisi, nel corso degli anni, per il lavoro e l’impegno profuso a favore delle categorie più deboli, in particolare i bambini, dimostrando doti di umanità e sensibilità.

La giuria, presieduta da Fra’ Alessandro Caspoli, direttore dell’Antoniano, e Claudio Zambelli, responsabile del Tour nazionale di selezioni dello Zecchino d’oro, ha deciso di premiare Trevisi, autore del libro «Fogli di via» (ed. Emi, Bologna), una serie di racconti ispirati alla sua attività di responsabile dell’ufficio Immigrazione, perché «con le sue storie a metà tra realtà e fantasia», si legge nella motivazione, «ha dimostrato di aver svolto per anni il proprio lavoro con impegno ed entusiasmo, riuscendo a mettersi sempre dall’altra parte della scrivania, e nei panni di chi soffre, con profonda umanità ed eccezionale sensibilità, soprattutto trovandosi di fronte dei bambini, con i loro colori e le loro vulnerabilità».

Trevisi, nasce a Roma 40 anni fa. Dopo il corso per funzionari alla Scuola superiore di Polizia di Roma e la laurea in Giurisprudenza all’università La Sapienza, viene assegnato alla Questura di Verona con la qualifica di vicecommissario. Dopo sei anni da dirigente dell’ufficio Immigrazione e ancor prima dell’ufficio Personale, dell’ufficio Volanti e del commissariato di Borgo Roma, è oggi il capo della Squadra Mobile. Da scrittore, con il suo racconto «L’Africa in un cassonetto», ha ottenuto il primo posto al concorso letterario nazionale della rivista «Polizia Moderna».

«Premiando Trevisi», spiegano Caspoli e Zambelli, «vengono anche premiati tutti gli agenti dell’ufficio Immigrazione e della Polizia di Stato di Verona che in particolare di fronte ai minori, sia in ufficio che per strada, hanno sempre cercato di svolgere il proprio lavoro ricordandosi di essere uomini e donne, ancora prima che poliziotti.  Per questo motivo lo stesso riconoscimento sarà assegnato anche a Vincenzo Stingone, questore di Verona e quindi capo e rappresentante di tutti i poliziotti della città scaligera».

 

Gianpaolo Trevisi ha pubblicato con EMI:

FOGLI DI VIA

Racconti di un Vice Questore

pp. 144 - euro 9,00 - II edizione

 

Intervento di Alex Zanotelli al convegno dell’”Osservatorio sul Sinodo”

zanotelliVersione integrale dell’intervento di padre Alex Zanotelli, missionario comboniano, al convegno dell’”Osservatorio sul sinodo” che si è svolto a Roma a Palazzo Valentini

…E NOI ITALIANI?
Il ‘Sinodo Africano’  è un evento importante non solo per l’Africa, ma anche per noi italiani, per riflettere sui nostri rapporti con il continente che ci è più prossimo.
A Roma si è aperta la seconda assemblea speciale per l’Africa (4-25 ottobre). La prima assemblea si era svolta dal 10 aprile all’8 maggio del 1994, sempre a Roma. La Chiesa in Africa aveva chiesto un Concilio , ed invece ha avuto un Sinodo. Tanti avevano chiesto che quell’assemblea si tenesse in Africa (il contesto è fondamentale!) ed invece è di nuovo, dopo 15 anni, convocato a Roma. L’assise dei vescovi africani affronterà il tema: “La Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace” , che è anche il titolo dell’Instrumentum Laboris (Strumento di lavoro) che raccoglie i desiderata delle chiese locali in Africa. Questo documento è un buon strumento di lavoro da cui partire. Toccherà ora ai vescovi sinodali far sentire il grido dell’Africa.
L’ Assemblea Sinodale - così dice il documento preparatorio - dovrebbe far sentire il grido dei poveri, delle minoranze, delle donne offese nella loro dignità, degli emarginati, dei lavoratori mal pagati , dei rifugiati, dei migranti, dei prigionieri.” Dato che il Sinodo si tiene a Roma può essere una buona occasione per noi cittadini italiani e per la chiesa in Italia per affrontare alcuni nodi fondamentali fra il nostro paese e l’Africa.

AFRICA, LA NOSTRA MADRE

Oggi le ricerche sul DNA ci dicono a chiare lettere che tutti noi discendiamo da un’unica ‘coppia’ che gli scienziati collocano nell’Africa Orientale. L’ Africa è quindi la nostra Madre. Come possiamo accettare che la Madre venga così crudelmente violentata ? L’Africa ha subìto la violenza inaudita dello schiavismo sia europeo come arabo, per ben tre secoli, di un colonialismo brutale e di un neo-liberismo che l’ha spolpata fino all’osso. La ricchezza del suo sottosuolo è la sua maledizione . Un continente ricchissimo (uranio, oro, petrolio, coltan), ma che oggi rappresenta l’1% del prodotto mondiale lordo. Terre agricole splendide che potrebbero sfamare il mondo ed invece è proprio l’Africa a far la fame! Nel suo ultimo rapporto la FAO afferma che di un miliardo di affamati al mondo, ben un terzo si trova in Africa. Se l’Africa è la ‘madre’ di tutti i popoli, perché questo razzismo di ritorno verso la ‘razza nera’? Perché è così radicato da noi questo disprezzo e rifiuto del ‘nero’? Fino a quando continueremo a parlare di ‘razza’ ? Non siamo un’unica razza umana?

UN PASSATO COLONIALE

È fondamentale come italiani iniziare ad assumerci le nostre responsabilità in questa tormentata storia del continente. Dobbiamo ancora riconoscere i misfatti dei nostri interventi coloniali in Eritrea, Libia, Somalia ed Etiopia. Le ricerche del noto storico Angelo Del Boca ci hanno aiutato a conoscere quanto sia stata spietata la conquista e la colonizzazione di quelle terre. Dobbiamo ancora riconoscere i massacri compiuti in Libia (almeno centomila i morti!) e in Etiopia (dove è ormai accertato che abbiamo usato i gas nervini su un esercito in fuga!). Dobbiamo riconoscere finalmente la nostra brutalità in terre d’Africa e sfatare il mito del “buon colonialismo italiano”. E dobbiamo anche riconoscere i guai che la nostra politica ha combinato in quelle nazioni dopo la loro indipendenza, in particolare nel Corno d’Africa, dove abbiamo perseguito solo gli interessi delle nostre compagnie. Particolarmente evidente nella spartizione affaristica di quella regione fra la Democrazia Cristiana (Etiopia) e il Partito Socialista di Craxi (Somalia). Il disastro odierno della Somalia, straziata da spaventose lotte fratricide, è in parte responsabilità nostra. Sappiamo oggi quanta corruzione abbiamo esportato in un paese governato dal già corrotto regime di Siad Barre, che abbiamo poi riempito di armi e di rifiuti tossici (ora iniziamo lentamente a venire a conoscenza di questi traffici!) La morte di Ilaria Alpi (ancora senza spiegazioni, anche se sappiamo perché è stata uccisa!) è lì a ricordarci tutto questo.

UN PRESENTE NEOCOLONIALISTA

Che cosa dire poi dell’attuale politica estera italiana nei confronti dell’Africa? Mi sembra che non esista alcuna politica seria nei confronti del continente se non quella degli affari. Siamo diventati gli amici dei peggiori dittatori d’Africa da Gheddafi (Libia) a Afeworki (Eritrea), da Bashir (Sudan) a Ben Ali (Tunisia). Sono sempre gli affari che, generalmente, dettano la nostra politica estera. Un esempio lampante è l’ENI, (al 30% è dello Stato Italiano) che sta provocando un vero disastro ecologico nel Delta del Niger. L’ENI estrae 152.000 barili di petrolio al giorno, pari a sette milioni di euro al giorno! E allo stesso tempo ricorre al ‘gas flaring’ che consiste nel bruciare il gas in torcia che contribuisce a fare della Nigeria il primo paese al mondo per le emissioni di CO2; distrugge l’ecosistema nel Delta del Niger e viola i diritti umani ed economici delle popolazioni indigene. Tutte le proteste fatte sono finite nel nulla. Abbiamo chiesto con insistenza, durante il governo Prodi, che una delegazione interpartitica visitasse con i media quella regione. Nulla da fare! Blocco da parte della Farnesina! Eppure chiediamo solo che la nostra politica energetica nel Delta del Niger sia di cooperazione e non di depredazione.

UNA COOPERAZIONE AFFARISTICA

Altro aspetto preoccupante è il calo costante da parte dei nostri governi di destra e di sinistra, dei fondi per la cooperazione internazionale. Purtroppo la nostra esperienza in questo campo è stata piuttosto deludente, dalla mala-cooperazione degli anni ottanta e novanta fino alla gestione affaristica del governo Berlusconi.
L’ultima finanziaria ha nettamente tagliato i fondi della cooperazione internazionale e il sostegno alle iniziative di lotta alla povertà, portandoli alla miserabile cifra di 320 milioni di euro, meno dello 0,1% , l’equivalente di una giornata di guerra in Iraq per le truppe americane. Nel 2011 saranno 215 milioni! Mai così scarsi. Dimezzati i paesi in cui si effettueranno interventi. Roma poi, vorrebbe privilegiare quegli stati che collaborano nella lotta ai flussi migratori. Il governo Berlusconi spinge per valorizzare il ruolo delle imprese private in Africa. È così che la rivista Nigrizia valuta l’attuale cooperazione italiana. “L’Italia di Berlusconi - scrive giustamente R. Salinari presidente di Terrre des hommes - che aveva promesso nel tragico G8 di Genova ben l’1% del Pil per un nuovo “Piano Marshall” per l’Africa, batte tutti con l’ultimo posto tra i donatori industrializzati e quel che è peggio, senza che voci autorevoli e qualificate del ‘governo ombra’ si siano alzate in difesa degli impegni internazionali. E pensare che l’Italia dovrebbe arrivare al fatidico 0,7% in ottemperanza agli impegni presi in sede ONU.” L’Italia è inadempiente anche per il pagamento delle quote del Fondo di lotta all’Aids, Tbc e malaria. Il governo Berlusconi non ha mantenuto nessuna delle promesse fatte ai vari G8, ultimo quello del L’Aquila, dove, dopo la lettera di Benedetto XVI sull’Africa, aveva fatto mirabolanti promesse.

UN DEBITO DA CANCELLARE

africa01 Nel contesto della cooperazione, un capitolo importante è quello del debito. Per il giubileo del 2000 è nato anche in Italia un forte movimento (sostenuto anche dalla Chiesa italiana) per il condono del debito con i paesi impoveriti, che ha portato a un’ottima legge, la 209 del 25 luglio (una delle più belle a livello mondiale). Questa legge, approvata da tutti i partiti, prevedeva il totale condono del debito entro tre anni. Purtroppo, a distanza di 10 anni, molto rimane ancora da fare. (Positive le due esperienze promosse dalla CEI in Zambia e Guinea-Conakry). Due articoli di quella legge non sono mai stati applicati: l’art.5, che permette la cancellazione del debito dei paesi che vengono colpiti da disastri naturali come lo tsunami (2005) e l’importante art.7 di quella legge. Questo articolo prevede che il governo italiano si attivi al fine di ottenere una risoluzione dell’Assemblea generale dell’ONU, affinché la Corte Internazionale di Giustizia dia un parere consultivo nel quadro giuridico relativo al debito estero. Tale disposizione è rimasta inapplicata di fronte a un’Africa che geme sotto il peso del debito pagato dai poveri (un “debito odioso” perché, in buona parte contratto da regimi dittatoriali e quindi, illegittimo). Infatti il debito estero dell’Africa Sub-sahariana si aggira oggi sui 230 miliardi di dollari, per cui nel 2001 è stato pagato in interessi, il valore di 21 miliardi di dollari e nel 2006 il valore di 23 miliardi. È un peso enorme, pagato dai poveri con mancanza di scuole, ospedali, medicine. “È immorale per noi - diceva l’allora presidente della Tanzania J. Nyerere (del quale è stata introdotta la causa di beatificazione) - pagare il debito!” A cui fece eco l’ allora presidente del Burkina Faso , T. Sankara : “Se paghiamo, saremo noi a morire!
I governi dei G-20 hanno trovato qualcosa come 6-7 mila miliardi di dollari per salvare le loro banche e non riescono a trovare i soldi per il condono del debito dell’Africa.

NO AI BIO-CARBURANTI

Sempre in campo economico, è grave la scelta politica italiana in favore dei biocarburanti e degli OGM.
Quella dei biocarburanti è una decisione politica degli USA e dei paesi industrializzati per ottenere etanolo dai prodotti agricoli, in particolare dal mais, soya, olio di palma e così rispondere alla grave crisi energetica. Ed è la politica anche dei governi italiani, di sinistra come di destra .”È un crimine contro l’umanità”  l’ha definito Jean Ziegler, l’inviato speciale dell’ONU per il diritto al cibo. Infatti questa politica porterà a una diminuzione del cibo e a un rialzo dei prezzi e così a sempre più fame. Un consorzio africano sta mettendo a disposizione 379 milioni di ettari in 15 nazioni per i cosidetti biocarburanti, sostiene uno dei più prestigiosi esperti internazionali, Raj Patel. L’Unione Europea e l’Italia si sono lanciate su questo promettente terreno che purtroppo porterà a sempre più fame in Africa. Ed infatti la FAO ha recentemente invitato i paesi ricchi a “rivedere le politiche e i sussidi relativi alla produzione di biocombustibili. Una marcia indietro indispensabile per mantenere l’obiettivo della sicurezza alimentare, per promuovere lo sviluppo rurale e assicurare la sostenibilità ambientale“.

LA CONDANNA DEGLI OGM

Altra politica sbagliata, in campo agricolo, è quella di promuovere i cosidetti OGM (Organismi Geneticamente Modificati), con il presupposto che questi risolverebbero il problema della fame come era stato detto della ‘Rivoluzione Verde’ degli anni settanta in India. Dietro a questa politica ci stanno le grandi multinazionali dell’agribusiness, la Monsanto, Syngenta, Unilever, Du Pont, che sostengono la Nuova Rivoluzione verde per diffondere la bioingegneria delle sementi. Spesso questo passa sotto forma di “buone azioni” (pubblicizzate con milioni di euro!) da parte anche di multinazionali nostrane come l’ENI con il suo “Green River Project”, che attraverso il NAOC  (Nigerian Agip Oil Company) ha erogato dal 1987, sotto forma di ‘aiuti’ alle comunità locali, 17 milioni di euro che includono la “produzione e distribuzione di semi resistenti alle malattie e allo stress ambientale”. Anche in Africa si è sviluppato tutto un dibattito a questo riguardo che ha portato, per esempio, un paese come lo Zambia, stremato dalla fame nel 2002, a rifiutare il grano dato dagli USA, perché “geneticamente modificato”. Questo con grande scandalo dell’occidente. La Conferenza Episcopale sudafricana nel 2000, si era espressa con un documento in cui metteva in guardia il governo sudafricano sugli OGM, proprio partendo dal principio di precauzione. Questo dibattito e la susseguente riflessione delle chiese in Africa, hanno portato alla prima seria condanna degli OGM, proprio nell’Instrumentum Laboris del Sinodo “Questa tecnica rischia di rovinare i piccoli coltivatori e di sopprimere le loro semine tradizionali, rendendoli dipendenti dalle società produttrici di OGM.” (n.58). E poi aggiunge: “La campagna di semina di organismi geneticamente modificati (OGM), che pretende di assicurare la sicurezza alimentare, non deve far ignorare i vari problemi degli agricoltori: la mancanza di terra arabile, di acqua, di energia, di accesso al credito di formazione agricola, di mercati locali, infrastrutture stradali …” (n. 58).

LADRI DI TERRE

E sempre in campo agricolo sta ora scoppiando l’incredibile scempio di grandi compagnie e multinazionali che stanno accaparrandosi larghe fette di terre agricole nell’Africa sub sahariana. Pare sia stata la grande fiammata dei prezzi alimentari tra il 2007 e il 2008 a spingere i paesi ricchi ad accaparrarsi le terre coltivabili, specialmente in Africa. Diversi paesi africani stanno dando via grandi estensioni di terra coltivabile, quasi gratis, in cambio di pressoché nulla, salvo vaghe promesse di investimenti e di posti di lavoro. Ciò sta avvenendo in Etiopia, Ghana, Mali e Sudan, Mozambico e Tanzania. Il caso più eclatante è stato quello del Madagascar dove la multinazionale sudcoreana Daewoo ha cercato di acquisire una grande estensione di terreno, provocando proteste popolari che hanno sbalzato via lo stesso presidente in carica. Questo significherà sempre più fame e miseria per un continente già prostrato: è un’altra forma di neo-colonialismo. E l’Instrumentum Laboris lo denuncia con chiarezza: “Le multinazionali acquistano migliaia di ettari espropriando le popolazioni dalle loro terre con la complicità dei dirigenti africani.” (n.28)

ARMI IN ABBONDANZA

africa04 Tutta questa politica neo-coloniale in Africa è possibile proprio perché la controlliamo militarmente e vi esportiamo enormi quantità di armi, che sono la causa di così tanti conflitti e guerre. E l’Italia gioca un ruolo importante su tutti i due versanti. L’industria italiana delle armi è una delle più fiorenti: siamo all’ottavo posto al mondo per armi pesanti e al secondo posto per le armi leggere, le più pericolose, le più letali. Esportiamo armi pesanti in Nigeria, Libia, Sudan, Uganda, Congo, Sudafrica, Tunisia. In parecchie di queste nazioni i diritti umani sono violati e calpestati! Questo viola la legge 185/90 (frutto di lunghe lotte della società civile negli anni ‘80!) che vieta la vendita di sistemi di armi pesanti a paesi in guerra, o dove i diritti umani sono calpestati. Ma sono le armi leggere quelle che uccidono di più nei conflitti africani e su queste non c’è nessuna legge a disciplinarne l’uso. L’Africa è diventata così il continente dei conflitti con milioni di morti! La guerra in Congo è costata la vita a quattro milioni di persone. E non è finita! L’Instrumentum Laboris stigmatizza così questa follia “In connivenza con uomini e donne del continente africano, forze internazionali fomentano le guerre per la vendita delle armi“. ( n.12) E in tutto questo, l’Italia ha gravi responsabilità.

AFRI.COM

Non solo l’Italia esporta armi, ma presta il suo suolo agli USA per tenere militarmente in pugno l’Africa . Infatti lo scorso anno l’Italia ha dato ospitalità ad AFRI.COM, il Supremo Comando unificato americano per l’Africa . Suo scopo fondamentale, oltre combattere i terroristi, è la ricognizione di nuove fonti energetiche, la protezione degli interessi americani in Africa e il contrasto all’offensiva cinese del continente. Tutti i paesi africani si sono rifiutati di ospitare AFRI.COM. Perfino la Spagna di Zapatero si è rifiutata! Invece il governo Berlusconi ha subito accettato l’offerta USA. Così AFRI.COM ha ora in Italia due sotto-comandi: lo U.S. ARMY AFRICA con il quartiere generale a Vicenza dove risiede la 173° brigata aerotrasportata e l’AFRICA PARTNERSHIP STAT (per la dislocazione di navi da guerra lungo le coste d’Africa) a Napoli. AFRI.COM fa leva sulle élite militari africane per portare il maggior numero di paesi africani nella sfera di influenza americana. “La creazione da parte degli USA di AFRI.COM - dice giustamente il nigeriano Paul Adujie - dovrebbe essere visto per quello che è: un’armada di protezione per gli USA e i suoi alleati, e non per la sicurezza dell’Africa!
Il popolo italiano dovrà pur farsi alcune domande importanti: in quale sede e con quali procedure è stata presa questa decisione di importanza strategica? Il Parlamento non ne ha mai discusso. L’opposizione ha qualcosa da dire in merito?

EPA OVVERO COME AFFAMARE L’AFRICA

AFRI.COM protegge militarmente la penetrazione economica americana in Africa tramite l’AGOA (Africa Growth and Opportunity Act - Legge per l’opportunità e crescita dell’Africa). L’Agoa è stata lanciata nel 2000 dal presidente Clinton per attirare nella sua orbita economica il continente nero. L’Unione Europea non è da meno con la sua strategia degli EPA (Economic Partnership Agreement), Accordi di Partenariato economico. Questi accordi sostituiscono gli accordi di Lomé e Cotonou che per 40 anni hanno retto le relazioni economiche fra UE e Africa. Ora la UE, sotto la spinta del WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) vuole sostituirli con gli accordi EPA che andranno a cancellare il sistema di regole preferenziali commerciali. La politica del WTO è che il pianeta è retto da unico mercato e che non ci possono essere eccezioni o privilegi per i paesi impoveriti. Con gli EPA infatti le nazioni africane sono costrette a togliere sia i dazi che le tariffe (sono i quasi unici proventi dei governi dei paesi impoveriti!) oltre ad aprire i loro mercati alla concorrenza. La conseguenza è chiara: l’agricoltura europea (sorretta da 50 miliardi di euro all’anno!) potrà svendere i propri prodotti sui mercati africani. I contadini africani (l’Africa, che è al 70% un continente agricolo!) non potranno competere con i prezzi degli agricoltori europei. E sarà ancora più fame! (Gli EPA chiedono inoltre all’Africa anche, sostanziali impegni per i servizi, come l’acqua e i diritti di proprietà intellettuale!). La UE (e l’Italia ne è parte!) non ha voluto ascoltare il grido dei contadini africani (molto vociferi e organizzati quelli dell’africa occidentale!) e sotto la guida del Commissario al Commercio, l’inflessibile Mandelson, ha fatto di tutto per far firmare i sei gruppi di nazioni del ACP (Africa-Caraibi-Pacifico) entro il 31 dicembre 2007. In barba all’opposizione sia in Africa che in Europa. A tutt’oggi, solo 40 nazioni su 76 hanno firmato l’accordo. E questo è già una bella vittoria! Molte nazioni hanno firmato accordi ad interim, altre hanno firmato singolarmente, spaccando così, purtroppo, i gruppi regionali che stanno cercando di costruire reti economiche regionali. “L’Africa è una e indivisibile - ha detto Hima Fatimatou della Piattaforma contadina del Niger - bisogna evitare di mettere un paese contro l’altro all’interno della stessa regione; altrimenti gli unici risultati saranno ulteriori divisioni con un costo altissimo per la popolazione rurale e per l’industria africana!” Purtroppo la frittata è fatta! “Noi diciamo no agli EPA - ha detto il sudafricano Makombe - perché abbiamo avuto altre esperienze dei Programmi di Aggiustamento Strutturale nel 1980 per i paesi poveri e sappiamo quali devastazioni hanno prodotto! Visti dall’Africa, gli EPA non sono altro che una nuova colonizzazione.” L’Instrumentum Laboris gli fa eco: “I programmi di ristrutturazione delle economie africane, proposti dalle istituzioni finanziarie internazionali si sono rivelati funesti. Le ristrutturazioni “imposte” hanno comportato, da una parte, l’indebolimento delle economie africane, dall’altra, il degrado del tessuto sociale con aumento, di conseguenza, del tasso di criminalità, l’allargamento del divario tra i ricchi e poveri, l’esodo dalle zone rurali e la sovrappopolazione delle città.” (n.26)
E non è solo il disastro economico, ma siamo oggi davanti ad un altro disastro, che è quello climatico. Il continente nero sarà quello che pagherà, più degli altri, la crisi climatica. Sono sempre i poveri a pagare i disastri dei ricchi! L’Africa che meno ha contribuito, con le emissioni di gas serra, alla crisi ecologica, sarà quella che ne pagherà di più le conseguenze, con milioni e milioni di rifugiati climatici.

CONTINENTE IN FUGA

Ed è proprio questo disastro che forza centinaia di migliaia di uomini e donne ad emigrare. È un grande esodo!Dall’Africa nera verso l’Europa, attraverso quel terribile deserto del Sahara. I fuggiaschi dalle spaventose situazioni dell’Africa orientale, si dirigono verso la Libia via Khartoum (Sudan), i fuggiaschi dell’Africa centrale tentano di arrivare in Libia via Agadez(Niger). Migliaia di morti! E chi raggiunge la Libia, lo aspetta una vita d’inferno per pagarsi il viaggio (3-4 mila euro) sulle zattere del mare! In questo mare infatti, secondo la stima del giornalista G. Visetti, sono morti dal 2002 al 2008, 42 mila uomini; una media di 30 al giorno! (Senza dimenticare quelli che muoiono, almeno 4-5 mila all’anno, attraversando l’Atlantico per arrivare alle Isole Canarie e poi in Spagna e Portogallo!) È questo il più grande genocidio europeo dopo quello della Shoah! Sono per noi esseri inutili al ‘Sistema’, sono in più, non servono al mercato. Dopo i trattati firmati con la Libia di Gheddafi (5/01/2009) e con la Tunisia di Ben Ali (29/01/2009), il governo italiano sta tentando di bloccare l’immigrazione clandestina. È ora iniziata l’era dei respingimenti, (l’orrore di quei 73 eritrei lasciati morire nel Mediterraneo!), quei barconi rispediti in Libia, ben sapendo che molti di loro hanno il diritto all’asilo politico. Perfino l’ONU ha condannato l’Italia, accusata di respingere questi gommoni come se portassero “rifiuti tossici”! Aminata Traoré, ex ministro del Mali, ha affermato al Forum Mondiale Sociale di Nairobi: “I mezzi umani, finanziari e tecnologici che l’Europa dispiega contro i flussi migratori africani, sono di fatto, quelli di una guerra in tutto e per tutto tra questa potenza mondiale e i giovani rurali ed urbani, senza difesa.

IL DIRITTO DI EMIGRARE

africa03 Tutto questo grazie alla solerzia del ministro Maroni che ha detto che bisogna essere ‘cattivi’ con gli immigrati . E il suo “Pacchetto Sicurezza” è la cattiveria trasformata in legge, come ha affermato ‘Famiglia Cristiana’. La gravità di questa legge sta nel fatto che il clandestino diventa ora criminale. La legge prevede, fra l’altro, la tassa sul permesso di soggiorno (500 euro), le ‘ronde’, restringimenti sui matrimoni misti e sui ricongiungimenti familiari, detenzione di 6 mesi nei CIE (Centri di identificazione ed Espulsione ), e il carcere fino a 4 anni per gli irregolari che non rispettano l’ordine di espulsione. Questa è una legislazione da apartheid! Sono leggi razziste e razziali! “Con l’introduzione del reato di immigrazione irregolare, infatti - afferma il noto giurista Livio Pepino - si prosegue nella impostazione di punire non un fatto, ma una condizione personale; è, secondo un’accurata definizione, il migrante che diventa reato.” “Eppure il diritto di emigrare è il più antico dei diritti naturali, afferma Luigi Ferrajoli. La criminalizzazione degli immigrati ha creato una nuova figura: quella della persona illegale, fuori-legge solo perché tale, non persona perché priva di diritti e perciò esposta a qualunque tipo di vessazioni, destinata a generare un nuovo proletariato discriminato giuridicamente.

IL GRIDO DELL’UOMO AFRICANO

È questa la risposta del popolo italiano al clamore dei popoli africani? È questa la risposta dei cristiani italiani al grido di sofferenza del Cristo Crocifisso oggi? L’Africa è oggi l’immagine viva del Servo Sofferente, del Cristo Crocifisso: è un continente crocifisso, che ci interpella direttamente come Chiesa universale e Chiesa italiana. Ed è questo l’invito pressante che ci viene dai teologi africani, in particolare dal grande teologo camerunense, l’autore di: “Le cri de l’homme africaine“, J. Marc Ela “Può esser che il Cristo - si chiede J. Marc Ela nel suo capolavoro Répenser la théologie africaine - è oggi l’africano nella misura in cui i poveri e gli sfruttati sono i volti di Gesù di Nazareth? Allora bisogna lasciar parlare il Cristo in Africa, comprendere le sue scelte e le sue prese di posizione, la sua fede e il suo messaggio in un continente dove la miseria e la repressione, l’angoscia, le ingiustizie sono estreme. Nel profondo dell’Africa, i cristiani sono chiamati a fare memoria del Crocifisso a partire dal calvario di un popolo che dopo secoli, vive una sorta di passione senza redenzione.” E J. Marc Ela, scomparso lo scorso dicembre, incalza: “Per le Chiese d’Africa ritornare sotto l’albero della Croce per riscoprire il Dio della fede, sembra essere la via più sicura, se esse vogliono approfondire il senso del Vangelo. Partire dal punto dove sono arrivate le vecchie Chiese d’Europa, è condannarsi ad un cristianesimo da museo.” Ed è qui dove J. Marc Ela lancia la sua sfida alle Chiese d’Africa, al Sinodo africano, e alle Chiese d’ occidente. “Se il fallimento del neo-liberismo a dare la felicità all’umanità non deve essere provata, il genocidio perpetrato dal mercato è ormai la sfida primordiale a ogni riflessione teologica che si costruisce in una solidarietà con i popoli emarginati del mondo“. Il teologo tedesco Metz ha scritto: “Non si può fare teologia ignorando Auschwitz“. A partire dall’olocausto africano, possiamo chiederci da che parte sta, in verità la Chiesa.”
E la conclusione a cui arriva J. M. Ela, trova oggi eco nell’Instrumentum Laboris. “La teologia che cerchiamo nelle Chiese d’ Africa non può rassegnarsi a un approccio speculativo e a-temporale della fede. Per i cristiani del Sud del mondo, la domanda teologica primordiale non è: “Dio esiste?” Senza un forte impegno, quella domanda apre solo un dibattito teorico. Il teologo del Sud del mondo si pone una domanda radicale: “Qual è il nostro Dio?” Questa domanda nasce da un’esperienza di solidarietà con i dannati della terra. Lo scandalo della povertà in un mondo dove non ci sono mai state tante ricchezze, richiede una rottura con ogni discorso che impedisce al cristiano di riscoprire Dio ai margini della storia, a partire da situazioni di ingiustizia e di miseria dove il Vangelo è forza di vita capace di inventare cammini di liberazione. Come contribuire a far uscire l’Africa dallo strangolamento in cui si trova adesso? Questa è la domanda che apre piste feconde per la teologia africana in vista di ridare al Vangelo la sua credibilità e pertinenza“.

Riceviamo e pubblichiamo:

… una illustrazione di

Valentina Zagaglia, Fermo (Ap)

zagaglia

 

 

 

 

 

… queste fotografie di

Roberto Gramaglia, Torinogramaglia09    gramaglia112

 

Laura Siciliano, Torino

siciliano

Le chiavi aprono le porte

Racconto di Costanza Tuor

costanza1C’era una volta un uomo. Era piccolo di statura e aveva la pelle liscia come la seta. Le sue mani erano grandi ed era conosciuto per il vigore e l’entusiasmo con cui stringeva le mani di chi salutava. Tutti lo chiamavano Ego, tuttavia egli aveva un nome segreto che nessuno conosceva e che nessuno aveva mai pronunciato. Era stato un suo vecchio amico, che purtroppo non vedeva più da tempo, a rivelargli che, se una persona l’avesse chiamato con il suo nome segreto, la sua vita sarebbe cambiata. Ego aveva tenuto nel suo cuore questa confidenza, ma credeva che, anche se fosse vera tutta quella storia sul nome, non avrebbe mai incontrato la persona capace di chiamarlo così, e poi era convinto che la sua vita fosse già molto piena. Forse cambiare non sarebbe poi stata una gran fortuna.
A volte quando camminava con la testa rivolta al cielo si meravigliava della semplicità delle cose della natura. Tutto andava avanti e lui ci camminava dentro tranquillo e, anche se la sua statura non gli permetteva di vedere oltre certi muri, non si chiedeva mai cosa ci fosse al di là, non perché pensasse che non ci fossero altre belle cose, ma perché di qua era più che sufficiente, anzi c’era già una quantità di roba da vedere e da fare che scavalcare i muri sembrava un rischio, forse una scommessa solo a perdere.
Un giorno di mattina presto mentre andava a lavorare, intravide di lontano la sagoma di una persona, anzi di una personcina. Più si avvicinava più diventava chiaro che si trattava di una ragazza, non molto alta e piuttosto cicciottella, con la pelle arrossata. Camminava veloce veloce, tanto che, quando si incrociarono, Ego ebbe solo il tempo di accorgersi che la ragazza indossava degli occhiali dalla montatura verde. Quanti anni potrà mai avere una ragazza che va in giro con un paio di occhiali così infantili?
Oltre a ciò non pensò nulla e continuò a camminare pianificando la sua giornata, in maniera efficiente e seguendo i suoi ritmi. Era una mattina d’autunno il primo giorno in cui vide la ragazza. Si accorse in quel momento di essere passato proprio di fianco all’albero più antico del suo paese, una ginko biloba, che la leggenda narrava fosse stato piantato in quel punto da un giovane straniero a ricordo del luogo in cui aveva incontrato sua moglie il giorno in cui arrivò. La moglie poi era morta ed egli aveva vissuto la sua intera vita in quel paese. Lo straniero era diventato un vecchio e poi era morto anche lui, ma non era mai tornato al suo paese, anzi era ricordato per avere spesso pronunciato questa frase: “La mia casa è un albero piantato in un luogo preciso, un albero del mio paese!”
Ego aveva sentito molte volte quella storia e in effetti l’aveva sempre colpito in uno strano modo, ma a lui non piaceva farsi troppe domande sulle sue sensazioni. Le cose si capiscono quando si devono capire, pensava sempre tra sé. È inutile andare in fretta a cercare qualcosa, le cose vengono, a volte anche senza che ci si possa fare nulla. E poi, diciamola, a me neanche piacciono tanto tutte queste smancerie romantiche che fanno pensare a un mondo dentro un altro mondo, a possibilità dentro altre possibilità! Io ho la mia esperienza e la mia esperienza mi dice che le cose si imparano con il tempo e che bisogna valutare bene quale direzione prendere prima di fare qualsiasi cosa. Quel giorno si rese conto che nessuno lo contraddiceva, anche perché tutti erano piuttosto d’accordo, anzi ritenevano che fosse saggio ponderare, andar con calma. E proprio mentre stava pensando a queste cose una presenza piccola e veloce gli sfreccio di fianco, un lampo verde, o forse azzurro, non fu chiaro il colore, ma di colore si trattava.
Passarono quasi nove mesi e ogni mattina mentre si recava a lavorare più o meno nello stesso punto lungo la via la ragazzetta passava sfrecciando a gran velocità. Ormai era entrata tra le sue abitudini quotidiane e Ego neanche si chiedeva più chi potesse mai essere, semplicemente credeva che avrebbe sempre avuto un bel lampo colorato a salutarlo ogni mattina e in effetti era stato così per nove mesi. Tutti i giorni per nove mesi aveva camminato lungo la solita strada, aveva sorpassato la ginko biloba, intravisto di lontano i muri di cui non si occupava per nulla, ma che limitavano il suo sguardo sull’infinito e aveva gustato l’allegria del passaggio veloce, preciso e costante di un lampo di colore.
Quel giorno sorpassò l’albero, guardò i muri di pietre antiche e arrivò al lavoro come sempre. Per tutta la giornata tuttavia gli sembrò di essersi dimenticato a casa qualcosa. Aveva forse lasciato il suo coltellino sul tavolo, aveva forse dimenticato di portare il pane al suo amico Picchio, aveva dimenticato di prenotare il biglietto del treno per il suo viaggio dai parenti, aveva forse dimenticato di telefonare a qualcuno che aspettava la sua chiamata, aveva forse dimenticato di mettere il latte in frigorifero, ah, sì, forse aveva dimenticato il compleanno di suo padre. Insomma per tutto il giorno si era sentito a disagio ma non era riuscito a capire cosa avesse dimenticato, e il suo ultimo pensiero fu scandito dal timore di avere sbagliato qualcosa.
Quella sera tornando a casa si sentiva più stanco del solito e andò a dormire molto presto, nonostante avesse deciso di leggere un capitolo del suo libro preferito e nonostante il suo amico Agapé gli avesse chiesto di andare a bere una birra con lui.
Il mattino seguente si mise in cammino e arrivò al lavoro e così fece per molti giorni ancora, forse mesi, forse anni. Quando un giorno, arrivando a lavorare, vide che molta gente si era radunata davanti alla porta del suo laboratorio e sembrava aspettare il suo arrivo con ansia. Appena lo videro da lontano le persone cominciarono a chiamarlo e ognuno diceva cose. Sembravano un ammasso di parole senza senso e certo creavano un bel po’ di confusione. La cosa lo turbò parecchio. Continuavano tutti a dire, dire, dire, ma nella confusione generale non era ancora riuscito a decifrare nulla. Non aveva nemmeno capito quale fosse il problema, se esistesse un problema da risolvere e cosa avesse a che fare con il suo laboratorio e con lui in persona. Aveva forse fatto del male a qualcuno?
Quando le anime si calmarono sbucò dalla massa un bimbetto piccolo, paffuto e dall’aria entusiasta. Teneva con le manine un pezzo di giornale e glielo porse, come solo i bimbi sanno fare, in fretta, ma con esitazione. L’articolo parlava del laboratorio di un fabbro in un paese sperduto al di là delle mura antiche, un laboratorio dove venivano preparate chiavi magiche. L’indirizzo e il nome del laboratorio erano i suoi.
Chiavi magiche? Ah, che bella trovata pubblicitaria! Non mi sarebbe mai venuta in mente un’idea più azzeccata per sponsorizzare la mia attività. Comunque tutti sanno che le mie chiavi sono solo piccole opere decorative da appendere e non aprono porte, però in effetti sono la cosa che più mi piace fabbricare e che da anni fanno parte del mio repertorio professionale. Chiunque abbia scritto questo articolo, e chissà per che dannato motivo poi, chiunque l’abbia scritto comunque deve essere entrato almeno una volta nel mio laboratorio. L’articolo non era firmato ed essendo stato strappato dal giornale non gli fu nemmeno possibile capire da quale giornale provenisse.
Incominciò a vendere una grande quantità di chiavi e il fatto che le persone venissero lo stimolava a inventare sempre nuove forme e magari a dialogare con la persona che gliele commissionava sul perché volesse proprio una chiave, cosa gli ricordava, quale forma gli piaceva, perché. Passò il tempo e diventò così abile nel decifrare i desideri delle persone che venivano cercando la loro chiave magica che si rese conto un giorno all’improvviso che c’era qualcosa di speciale nelle sue chiavi. Erano pezzi unici preparati pensando proprio alla persona che li chiedeva. Sapeva bene tuttavia che non erano affatto magiche.
La magia era superstizione e quello di cui Ego era sicuro era che la vita sta nelle cose pratiche. Solo nel lavoro, nella fatica e nella disciplina si può trovare la vera ricchezza, la vera profondità. Nonostante questa sua convinzione gli piaceva pensare che ogni chiave andasse proprio alla persona che la cercava e, a volte, si scopriva entusiasta al pensiero che sarebbe stato bello se quelle chiavi avessero potuto veramente aprire porte.
Un giorno arrivò nel laboratorio un ragazzino, non aveva più di tredici anni. Magrolino e già piuttosto alto per la sua età. Teneva tra le mani un pezzo di metallo, la cosa strana, benché si trattasse inequivocabilmente di metallo, era che aveva un colore strano. Era verde. Il ragazzino chiese al fabbro di preparargli una chiave proprio con quel pezzo di metallo. Ego prese quel pezzo di metallo tra le mani, lo guardò a lungo e pensò che c’era qualcosa che ancora non conosceva. Un metallo che ancora non aveva avuto occasione di lavorare.
Che meraviglia! avrebbe potuto costruire una chiave con un metallo nuovo. Il ragazzo disse che sarebbe tornato tra un mese perché doveva andare via con i suoi genitori. L’avrebbe pagato al suo ritorno e avrebbe preso la sua chiave.
Ego lo interrogò, come era solito fare con tutti, gli fece le solite domande, sui gusti, sulle forme, sui perché ed ebbe la strana sensazione che quel ragazzo non volesse una chiave per aprire una porta per sé, ma per farne dono a qualcuno. Gli sembrò che quel ragazzo facesse fatica a rispondere alle domande perché la chiave non era per lui e cercava di comunicare quello che aveva nel suo cuore, ma tutto ciò che rispondeva era suo solo per amore. Le sue risposte erano ambigue, difficili da interpretare perché parlavano di qualcun altro. Il ragazzo chiaramente desiderava fare un dono speciale a qualcuno e, sebbene sapesse molte cose di questa persona, che indubbiamente amava, aveva timore di non dire abbastanza o di non sapere quale fosse la cosa più importante da trasmettere affinché la chiave fosse proprio quella giusta.
Il risultato di quell’ordine fu che per un mese Ego lavorò soltanto per fabbricare quella chiave di metallo verde e mentre il metallo tintinnava sotto ogni colpo del martello, improvvisamente si ricordò del suo lampo verde. O era azzurro?
Certo era colorato, un lampo di colore. Un po’ assomigliava a quel metallo. Forse i colori si notano di più quando sono rari, o forse si notano solo in certi momenti, forse i colori sono belli, forse i colori hanno a che fare con la libertà.
Ahi, ahi ahi una parola pericolosa era spuntata nei suoi pensieri sparsi. Una parola che aveva occupato tanto, troppo tempo della sua esistenza e che Ego aveva lasciato affondare in fondo. Non aveva mai voluto prenderla tanto in considerazione perché la libertà era qualcosa che lo spaventava. Significava responsabilità, limiti, scelte. Troppe cose a cui egli aveva risposto un giorno a suo modo e gli sembrava l’unico modo giusto o quello che meglio gli si addiceva.
Però libertà era una parola che squillava, un suono di campana al risveglio, il rumore di un piccolo pezzo di roccia che si stacca dalla montagna e rotola sbattendo contro le pareti alte nel silenzio dell’infinito, le ali di un uccello spiegate e luminose sotto il sole, la fantasia che apre il cuore e lascia intravedere cose oltre le cose.
Sì, ma io devo finire questa ordinazione. Domani il ragazzo passa a prendere la sua chiave e io non ho ancora finito.
Il giorno successivo verso il crepuscolo il ragazzino magro si fermò timoroso sulla soglia e disse: “È pronta la mia chiave?”
Ego lo guardò a lungo in silenzio. Era molto serio. Sembrava quasi arrabbiato. Poi porse al ragazzo un fagottino di pannolenci di colori vivaci e disse: “Ecco la tua chiave!” Il ragazzo spiegò il panno e ne tirò fuori una chiave piccola piccola, minuscola, che poteva tenere sulla punta del dito indice. Se mai avesse potuto aprire una porta si trattava di una porta veramente molto piccola. Porte così sono rare e forse solo un essere piccolo piccolo poteva poi passare attraverso quel pertugio, ma era solo un’idea perché una serratura così piccola poteva anche essere l’ultima di tante serrature di una porta immensa. Il ragazzo guardò il fabbro per un attimo e poi gli sorrise dicendo: “Sai, questa chiave è per una persona che mi vuole molto bene. Io non so proprio cosa regalarle e pensavo che sarebbe stato bello regalare una chiave magica, ma questa chiave è molto strana, è magica davvero?”
Ego sospirò e disse: “Temo di no! È solo l’opera delle mie mani, quello che sono riuscito a fare con il metallo che mi hai dato, non credo sia magica, però ho lavorato in un modo speciale per forgiarla. Ho lavorato con entusiasmo ed ero felice di poter fare qualcosa che potesse piacere a te. Avevo capito che la chiave che desideravi non era per te. Quindi lavorando alla tua chiave stavo lavorando per te, per la persona a cui la vuoi regalare e nello stesso tempo anche per me. Questa chiave non è magica ma forse rappresenta un nodo, uno snodo, il punto in cui tre persone si sono incontrate per cercare qualcosa insieme. Ti auguro che questa chiave possa aprire una porta.”
Il ragazzo disse grazie, pagò quanto stabilito e partì.

Costanza Tuor

Energia e futuro

1873-9I combustibili fossili e l’uranio sono presenti in quantità finita sulla terra. Le riserve, pur ancora abbondanti e in parte sconosciute, si stanno assottigliando a causa del continuo prelievo.
Le fonti rinnovabili sono praticamente inesauribili ma è improbabile che possano eguagliare le capacità prestazionali offerte dai combustibili fossili e dall’uranio e mantenere il consumo a livelli paragonabili a quelli attuali considerando che, oltre ciò che percepiamo tramite le bollette, qualsiasi oggetto artificiale è la definitiva “tomba” di una certa quantità (a volte molto grande) di petrolio, carbone, gas o elettricità.
Si evidenzia quindi l’estrema criticità delle disponibilità di energia primaria non rinnovabile. Per noi, per i nostri figli e per le generazioni future. Se le fonti di energia che conosciamo e usiamo fossero talmente abbondanti da poter essere prelevate in quantità e per tempi indefiniti, potremmo limitarci a controllare le conseguenze del loro impiego sull’ambiente. La realtà è così diversa e grave che non possiamo immaginare sia irrilevante la quantità di energia prelevata e consumata in via definitiva.
La sfida vera che l’uomo ha di fronte non si ferma quindi alla “compatibilità ambientale” ma si colloca al livello più alto della “compatibilità energetica”.
Ridurre l’estrazione e l’impiego dei combustibili fossili, sviluppare quanto più possibile tutte le fonti energetiche rinnovabili e procedere alla graduale ma decisa riduzione del consumo di energia, iniziando forse la più difficile delle transizioni verso il superamento della civiltà dei consumi.

 

Energia e futuro
Le opportunità del declino
di Mirco Rossi
editrice EMI, 2009, pp. 256, euro 14,00