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Un’emergenza educativa “nazionale”
Sostiene Sergio Zavoli che “rifare gli italiani” è oggi la missione della nostra scuola. Non vi è niente di più urgente che formare il senso civico dei nostri cittadini, la loro coscienza civile, l’ethos della cittadinanza e della democrazia in un Paese il cui sistema politico è a rischio di implosione. Quando questo accadrà – e se accadrà – nessuno è in grado di prevederlo. Ma le scosse, il tumulto, la fibrillazione si colgono nell’aria.
Il documento d’indirizzo, reso noto il 4 marzo 2009 dal ministro Gelmini, viene a rilanciare un insegnamento che per cinquant’anni è stato chiamato Educazione civica (o convivenza civile) incontrando alterne vicende.
Proprio perché tale occasione non era prevista, essa potrà offrire maggiori e straordinarie potenzialità: “Cittadinanza e Costituzione” appare infatti un binomio esplosivo. Se opportunamente valorizzato, è possibile costruire la premessa per qualcosa d’importante, a 150 anni dalla ricorrenza dell’unità d’Italia che ci apprestiamo a celebrare nel 2011.
L’Italia si prepara a vivere una duplice fase politica: di bilancio, perché un lungo periodo politico sta giungendo al capolinea e tanti segnali annunciano che sta calando il sipario; ma, al contempo, di rilancio poiché il nostro Paese ha bisogno di un “terzo risorgimento”, ossia di un grande evento di popolo – condiviso da tutti ed emotivamente unitario – che possa indicare la rotta da seguire per un nuovo inizio.
Acquista allora un’importanza particolare questo insegnamento nell’attuale contesto multiculturale che vede l’Italia alle prese non solo con la vecchia e irrisolta questione meridionale, ma anche con la nuova e più insidiosa questione settentrionale che si intreccia con il problema dell’integrazione degli immigrati, forse la priorità del nostro Paese.
È certo, ad esempio, che in Italia un nuovo attore sociale si sta oggi affermando per il suo protagonismo: la cosiddetta Rete G2, quella delle seconde generazioni, che può già contare su un milione di figli dell’immigrazione.
Questa realtà in un solo anno (nel 2007) è cresciuta di ben 64.000 nuovi nati. Una generazione tutt’altro che “invisibile”, con cui presto bisognerà fare i conti, per le ragioni che diremo.
Ha scritto una di loro, che la Rete G2 si incontra periodicamente nei workshop nazionali, o virtualmente sul blog G2, o discute sul forum, ma, soprattutto, che essa sta già assumendo un peso politico crescente.
Ad esempio, la Commissione affari costituzionali della Camera ha ricevuto i rappresentanti delle seconde generazioni per ascoltare il loro parere sulla riforma della legge sulla cittadinanza, così pure hanno fatto sia la Consulta nazionale per i problemi degli immigrati e delle loro famiglie, sia l’Osservatorio per l’integrazione degli alunni stranieri e l’educazione interculturale.
Da tempo il nostro Paese ha una politica scolastica di corto respiro e di piccolo cabotaggio, senza una visione, senza un progetto se non di natura funzionalista e aziendalista.
Gli annunci mediatici diventano più importanti del cambiamento reale, la tattica prende il sopravvento sulla strategia. Manca un disegno, non è chiara la direzione. Per questo siamo condannati a brancolare nella nebbia.
La Chiesa italiana segue con estrema attenzione tutto ciò che riguarda la sfida educativa. Il cardinale Angelo Bagnasco ha annunciato che la scelta dell’“educazione” sarà il tema pastorale per il decennio 2010-2020. Una questione seria che va ben oltre gli ambiti tradizionali della famiglia e della scuola. Il grave disorientamento morale che si coglie in tutto il Paese, a partire dallo spettacolo squallido e penoso della classe politica, spinge a parlare della questione educativa come di una vera emergenza nazionale. Potrà bastare, per tirarci fuori dalle sabbie mobili, la riproposizione stanca dei valori – anche di quelli cosiddetti “costituzionali” – oppure resteremo dentro al guado fino a quando non ritroveremo la credibilità dei testimoni, la cultura della legalità e il linguaggio dei gesti e delle esperienze reali?
È a questo dilemma che il nuovo insegnamento “Cittadinanza e Costituzione” è chiamato a dare una risposta.
Antonio Nanni, Antonella Fucecchi
Per approfondire:
Rifare gli italiani
di Laura Tussi
Il mosaico complessivo dello sterminio nazista non risulta omogeneo, ma presenta modalità di realizzazione differenziate che devono essere tenute presenti, al fine di intendere questo processo storico nella sua realtà concreta, nel quadro di un comune intento criminale perpetrato dai nazisti in tutto il territorio europeo sul quale riuscirono ad esercitare il loro nefasto dominio.
Lo sterminio nazista è stato un fenomeno sistematico che ha assunto modalità molteplici e differenti di esecuzione e realizzazione storica, in una molteplicità che deve essere indagata e studiata analiticamente, per recuperare lo spessore di una tragedia che non trascende la storia umana, ma si innesta all’interno della vicenda mondiale dell’umanità, come un fardello, anche con tutta l’incoscienza e il senso di sottomissione e obbedienza degli attori che hanno eseguito l’immane ignominia dello sterminio e hanno rappresentato questa tragedia sulla scena del mondo. L’annientamento nazista non si sottrae al giudizio storico, in quanto la sua esecuzione è stata opera di uomini, che in un determinato tempo storico e in un definito spazio geografico e politico, hanno attuato ed eseguito la criminale decisione di realizzare quella soluzione finale che coincide con un assassinio di massa a livello industriale di milioni di persone.
La “banalità del male” si radica in quello stesso atteggiamento, tipico delle SS, con il quale questo gruppo nazista annullava l’istintiva pietà animale per la sofferenza altrui, concependo di dover combattere una battaglia contro le donne, i bambini, i vecchi e altre categorie deboli che il sistema nazista ha annientato.
Risulta doveroso distinguere la fenomenologia complessa dei diversificati campi di sterminio nazisti, con la primaria funzione distruttiva, finalizzata ad annientare ogni presunta razza inferiore, ogni oppositore politico e ogni diversità sociale, secondo una logica razzista assoluta e fanatica, nell’ottica della criminale funzione distruttiva che si manifestava in differenti modalità, con l’imposizione del lavoro schiavile, con l’eliminazione degli avversari politici e con l’annientamento sistematico delle presunte razze inferiori.
Queste diversificate funzioni dei lager nazisti comportavano diverse modalità di organizzazione dei campi di sterminio, pur condividendo sempre la comune meta finale nazista, ossia l’eliminazione del diverso, dell’altro, dell’opposto e del più debole.
La pacata e cogente riflessione di Primo Levi, che non ammette dubbi e perplessità, ricorda che l’opera abominevole dello sterminio nazista non è stata compiuta da esseri diabolici, ma è stata concepita e minuziosamente e capillarmente perseguita, con ottusità burocratica, da altri uomini contemporanei, per cui lo sterminio nazista non deve essere considerato un unicum, catalogabile come evento mitico, da collocarsi necessariamente oltre la storia e oltre le capacità critiche umane. Le vicende del criminale annientamento nazista devono essere collocate in un quadro storico contemporaneo, pensando anche alla grande varietà di termini che sono stati coniati per riferirsi a quanto compiuto dai tedeschi nei campi di concentramento e di sterminio, scrivendo variamente di Olocausto, di Shoah, di universo concentrazionario, di soluzione finale, di genocidio.
Si indica anche la Shoah, assumendo Auschwitz come metonimia e simbolo universale, collocato oltre la storia, in una zona mitica e improbabile, cui è lecito pensare mediante il silenzio, sperimentando in tal modo l’impossibilità degli argomenti umani nel rendere tutta la drammaticità di tali eventi storici, dove ogni termine e ogni soluzione prospettata colgono aspetti rilevanti e puntuali, condividendo la necessità di rimuovere totalmente l’ignominia connessa allo sterminio nazista, attraverso diverse modalità logiche con le quali si è costantemente rimosso lo scandalo dell’annientamento di massa perpetrato, con efficienza burocratica ed industriale, dal sistema totalitario. 
La politica nazista aveva l’intenzione dichiarata di rimuovere dalla mente dei superiori uomini arii l’idea cristiana, illuminista e marxista dell’uguaglianza tra gli esseri umani, imponendo, al centro della concezione del mondo e della realtà, un razzismo assoluto, dove non tutte le cosiddette razze sono uguali, in quanto neppure gli uomini sono uguali tra loro, perché esistono individui superiori che hanno il diritto di dominare sulla terra e a cui si contrappongono molte altre persone inferiori, che devono essere schiavizzate e subordinate ai dominatori arii.
Dal punto di vista nazista, l’ario che elimina altri uomini inferiori, non sta compiendo un assassinio, ma sta semplicemente compiendo un’operazione igienica di disinfestazione del mondo, un’opera sistematica di mera pulizia etnica, compiuta con determinazione e burocratica ottusità, per la tutela delle esclusive condizioni di benessere dell’intera umanità superiore.
L’immane opera di pulizia etnica poteva essere effettuata solo da individui superiori come le SS che avevano introiettato la visione del mondo nazista e che erano convinte che l’eliminazione violenta di altri uomini rappresentava un’opera lodevole meritoria e non un crimine.
Di fronte alla necessità di ricostruzione storica di quanto accaduto nei campi di sterminio nazisti, sembra dunque opportuno ricordare questo scandalo etico, storico e civile, la cui memoria consenta di recuperare e far rammentare alle nuove generazioni tutta l’abominevole criminalità del terrore nazista.
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