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Arriverò comunque

                                                                                                               

Sfuggo dalla siccita’
dalle privazioni
dalla fame
dalle guerre civili e incivili
dall’inferno
da una terra senza futuro e senza sogni.

Vendo il mio corpo
a poco prezzo
a chiunque
per comprare un sogno.

Dopo duemila chilometri di sabbia
di sole e di freddo
di cimiteri
il sogno annebbiato e confuso
s’intravede all’orizzonte
mentre sull’altra riva
iniziano i festeggiamenti del Natale.

Ora, coperta da un lembo di cielo,
sto attraversando quel lembo di mare
che separa il sogno dalla realta’,
che separa l’inferno dal paradiso.

Sto attraversando quel maledetto mediterraneo
cimitero della libert�
fosse comune per nascondere la vergogna della civilt�
discarica del vostro benessere
e fonte delle vostre delizie.

Sto attraversando l’ultimo ostacolo
di questa folle corsa ad ostacoli
con altri quaranta sognatori,
su un vecchio gommone
che può portare solo dieci,
in balia alle onde.

Ma i nostri sogni non temono le onde
e nemmeno i cimiteri.
Non importano la sete e la fame
non importano le sofferenze
domani saranno lontani ricordi.
Non importano le ferite
domani saranno cicatrici.

Domani o dopodomani arriverò da voi
per raccogliere i brandelli del mio corpo
per rinascere
e incominciare a scrivere la mia vera storia
e forse per condividere con voi il paradiso
o almeno la cena di Natale.

Ad un tratto
mi trovo avvolta nelle tenebre profonde
illuminate da mille occhiolini luccicanti
che iniziano a fare festa del mio corpo
prima di finire sui tavoli della vostra festa.
(Abdelkarim Hannachi)

Le chiavi aprono le porte

Racconto di Costanza Tuor

costanza1C’era una volta un uomo. Era piccolo di statura e aveva la pelle liscia come la seta. Le sue mani erano grandi ed era conosciuto per il vigore e l’entusiasmo con cui stringeva le mani di chi salutava. Tutti lo chiamavano Ego, tuttavia egli aveva un nome segreto che nessuno conosceva e che nessuno aveva mai pronunciato. Era stato un suo vecchio amico, che purtroppo non vedeva più da tempo, a rivelargli che, se una persona l’avesse chiamato con il suo nome segreto, la sua vita sarebbe cambiata. Ego aveva tenuto nel suo cuore questa confidenza, ma credeva che, anche se fosse vera tutta quella storia sul nome, non avrebbe mai incontrato la persona capace di chiamarlo così, e poi era convinto che la sua vita fosse già molto piena. Forse cambiare non sarebbe poi stata una gran fortuna.
A volte quando camminava con la testa rivolta al cielo si meravigliava della semplicità delle cose della natura. Tutto andava avanti e lui ci camminava dentro tranquillo e, anche se la sua statura non gli permetteva di vedere oltre certi muri, non si chiedeva mai cosa ci fosse al di là, non perché pensasse che non ci fossero altre belle cose, ma perché di qua era più che sufficiente, anzi c’era già una quantità di roba da vedere e da fare che scavalcare i muri sembrava un rischio, forse una scommessa solo a perdere.
Un giorno di mattina presto mentre andava a lavorare, intravide di lontano la sagoma di una persona, anzi di una personcina. Più si avvicinava più diventava chiaro che si trattava di una ragazza, non molto alta e piuttosto cicciottella, con la pelle arrossata. Camminava veloce veloce, tanto che, quando si incrociarono, Ego ebbe solo il tempo di accorgersi che la ragazza indossava degli occhiali dalla montatura verde. Quanti anni potrà mai avere una ragazza che va in giro con un paio di occhiali così infantili?
Oltre a ciò non pensò nulla e continuò a camminare pianificando la sua giornata, in maniera efficiente e seguendo i suoi ritmi. Era una mattina d’autunno il primo giorno in cui vide la ragazza. Si accorse in quel momento di essere passato proprio di fianco all’albero più antico del suo paese, una ginko biloba, che la leggenda narrava fosse stato piantato in quel punto da un giovane straniero a ricordo del luogo in cui aveva incontrato sua moglie il giorno in cui arrivò. La moglie poi era morta ed egli aveva vissuto la sua intera vita in quel paese. Lo straniero era diventato un vecchio e poi era morto anche lui, ma non era mai tornato al suo paese, anzi era ricordato per avere spesso pronunciato questa frase: “La mia casa è un albero piantato in un luogo preciso, un albero del mio paese!”
Ego aveva sentito molte volte quella storia e in effetti l’aveva sempre colpito in uno strano modo, ma a lui non piaceva farsi troppe domande sulle sue sensazioni. Le cose si capiscono quando si devono capire, pensava sempre tra sé. È inutile andare in fretta a cercare qualcosa, le cose vengono, a volte anche senza che ci si possa fare nulla. E poi, diciamola, a me neanche piacciono tanto tutte queste smancerie romantiche che fanno pensare a un mondo dentro un altro mondo, a possibilità dentro altre possibilità! Io ho la mia esperienza e la mia esperienza mi dice che le cose si imparano con il tempo e che bisogna valutare bene quale direzione prendere prima di fare qualsiasi cosa. Quel giorno si rese conto che nessuno lo contraddiceva, anche perché tutti erano piuttosto d’accordo, anzi ritenevano che fosse saggio ponderare, andar con calma. E proprio mentre stava pensando a queste cose una presenza piccola e veloce gli sfreccio di fianco, un lampo verde, o forse azzurro, non fu chiaro il colore, ma di colore si trattava.
Passarono quasi nove mesi e ogni mattina mentre si recava a lavorare più o meno nello stesso punto lungo la via la ragazzetta passava sfrecciando a gran velocità. Ormai era entrata tra le sue abitudini quotidiane e Ego neanche si chiedeva più chi potesse mai essere, semplicemente credeva che avrebbe sempre avuto un bel lampo colorato a salutarlo ogni mattina e in effetti era stato così per nove mesi. Tutti i giorni per nove mesi aveva camminato lungo la solita strada, aveva sorpassato la ginko biloba, intravisto di lontano i muri di cui non si occupava per nulla, ma che limitavano il suo sguardo sull’infinito e aveva gustato l’allegria del passaggio veloce, preciso e costante di un lampo di colore.
Quel giorno sorpassò l’albero, guardò i muri di pietre antiche e arrivò al lavoro come sempre. Per tutta la giornata tuttavia gli sembrò di essersi dimenticato a casa qualcosa. Aveva forse lasciato il suo coltellino sul tavolo, aveva forse dimenticato di portare il pane al suo amico Picchio, aveva dimenticato di prenotare il biglietto del treno per il suo viaggio dai parenti, aveva forse dimenticato di telefonare a qualcuno che aspettava la sua chiamata, aveva forse dimenticato di mettere il latte in frigorifero, ah, sì, forse aveva dimenticato il compleanno di suo padre. Insomma per tutto il giorno si era sentito a disagio ma non era riuscito a capire cosa avesse dimenticato, e il suo ultimo pensiero fu scandito dal timore di avere sbagliato qualcosa.
Quella sera tornando a casa si sentiva più stanco del solito e andò a dormire molto presto, nonostante avesse deciso di leggere un capitolo del suo libro preferito e nonostante il suo amico Agapé gli avesse chiesto di andare a bere una birra con lui.
Il mattino seguente si mise in cammino e arrivò al lavoro e così fece per molti giorni ancora, forse mesi, forse anni. Quando un giorno, arrivando a lavorare, vide che molta gente si era radunata davanti alla porta del suo laboratorio e sembrava aspettare il suo arrivo con ansia. Appena lo videro da lontano le persone cominciarono a chiamarlo e ognuno diceva cose. Sembravano un ammasso di parole senza senso e certo creavano un bel po’ di confusione. La cosa lo turbò parecchio. Continuavano tutti a dire, dire, dire, ma nella confusione generale non era ancora riuscito a decifrare nulla. Non aveva nemmeno capito quale fosse il problema, se esistesse un problema da risolvere e cosa avesse a che fare con il suo laboratorio e con lui in persona. Aveva forse fatto del male a qualcuno?
Quando le anime si calmarono sbucò dalla massa un bimbetto piccolo, paffuto e dall’aria entusiasta. Teneva con le manine un pezzo di giornale e glielo porse, come solo i bimbi sanno fare, in fretta, ma con esitazione. L’articolo parlava del laboratorio di un fabbro in un paese sperduto al di là delle mura antiche, un laboratorio dove venivano preparate chiavi magiche. L’indirizzo e il nome del laboratorio erano i suoi.
Chiavi magiche? Ah, che bella trovata pubblicitaria! Non mi sarebbe mai venuta in mente un’idea più azzeccata per sponsorizzare la mia attività. Comunque tutti sanno che le mie chiavi sono solo piccole opere decorative da appendere e non aprono porte, però in effetti sono la cosa che più mi piace fabbricare e che da anni fanno parte del mio repertorio professionale. Chiunque abbia scritto questo articolo, e chissà per che dannato motivo poi, chiunque l’abbia scritto comunque deve essere entrato almeno una volta nel mio laboratorio. L’articolo non era firmato ed essendo stato strappato dal giornale non gli fu nemmeno possibile capire da quale giornale provenisse.
Incominciò a vendere una grande quantità di chiavi e il fatto che le persone venissero lo stimolava a inventare sempre nuove forme e magari a dialogare con la persona che gliele commissionava sul perché volesse proprio una chiave, cosa gli ricordava, quale forma gli piaceva, perché. Passò il tempo e diventò così abile nel decifrare i desideri delle persone che venivano cercando la loro chiave magica che si rese conto un giorno all’improvviso che c’era qualcosa di speciale nelle sue chiavi. Erano pezzi unici preparati pensando proprio alla persona che li chiedeva. Sapeva bene tuttavia che non erano affatto magiche.
La magia era superstizione e quello di cui Ego era sicuro era che la vita sta nelle cose pratiche. Solo nel lavoro, nella fatica e nella disciplina si può trovare la vera ricchezza, la vera profondità. Nonostante questa sua convinzione gli piaceva pensare che ogni chiave andasse proprio alla persona che la cercava e, a volte, si scopriva entusiasta al pensiero che sarebbe stato bello se quelle chiavi avessero potuto veramente aprire porte.
Un giorno arrivò nel laboratorio un ragazzino, non aveva più di tredici anni. Magrolino e già piuttosto alto per la sua età. Teneva tra le mani un pezzo di metallo, la cosa strana, benché si trattasse inequivocabilmente di metallo, era che aveva un colore strano. Era verde. Il ragazzino chiese al fabbro di preparargli una chiave proprio con quel pezzo di metallo. Ego prese quel pezzo di metallo tra le mani, lo guardò a lungo e pensò che c’era qualcosa che ancora non conosceva. Un metallo che ancora non aveva avuto occasione di lavorare.
Che meraviglia! avrebbe potuto costruire una chiave con un metallo nuovo. Il ragazzo disse che sarebbe tornato tra un mese perché doveva andare via con i suoi genitori. L’avrebbe pagato al suo ritorno e avrebbe preso la sua chiave.
Ego lo interrogò, come era solito fare con tutti, gli fece le solite domande, sui gusti, sulle forme, sui perché ed ebbe la strana sensazione che quel ragazzo non volesse una chiave per aprire una porta per sé, ma per farne dono a qualcuno. Gli sembrò che quel ragazzo facesse fatica a rispondere alle domande perché la chiave non era per lui e cercava di comunicare quello che aveva nel suo cuore, ma tutto ciò che rispondeva era suo solo per amore. Le sue risposte erano ambigue, difficili da interpretare perché parlavano di qualcun altro. Il ragazzo chiaramente desiderava fare un dono speciale a qualcuno e, sebbene sapesse molte cose di questa persona, che indubbiamente amava, aveva timore di non dire abbastanza o di non sapere quale fosse la cosa più importante da trasmettere affinché la chiave fosse proprio quella giusta.
Il risultato di quell’ordine fu che per un mese Ego lavorò soltanto per fabbricare quella chiave di metallo verde e mentre il metallo tintinnava sotto ogni colpo del martello, improvvisamente si ricordò del suo lampo verde. O era azzurro?
Certo era colorato, un lampo di colore. Un po’ assomigliava a quel metallo. Forse i colori si notano di più quando sono rari, o forse si notano solo in certi momenti, forse i colori sono belli, forse i colori hanno a che fare con la libertà.
Ahi, ahi ahi una parola pericolosa era spuntata nei suoi pensieri sparsi. Una parola che aveva occupato tanto, troppo tempo della sua esistenza e che Ego aveva lasciato affondare in fondo. Non aveva mai voluto prenderla tanto in considerazione perché la libertà era qualcosa che lo spaventava. Significava responsabilità, limiti, scelte. Troppe cose a cui egli aveva risposto un giorno a suo modo e gli sembrava l’unico modo giusto o quello che meglio gli si addiceva.
Però libertà era una parola che squillava, un suono di campana al risveglio, il rumore di un piccolo pezzo di roccia che si stacca dalla montagna e rotola sbattendo contro le pareti alte nel silenzio dell’infinito, le ali di un uccello spiegate e luminose sotto il sole, la fantasia che apre il cuore e lascia intravedere cose oltre le cose.
Sì, ma io devo finire questa ordinazione. Domani il ragazzo passa a prendere la sua chiave e io non ho ancora finito.
Il giorno successivo verso il crepuscolo il ragazzino magro si fermò timoroso sulla soglia e disse: “È pronta la mia chiave?”
Ego lo guardò a lungo in silenzio. Era molto serio. Sembrava quasi arrabbiato. Poi porse al ragazzo un fagottino di pannolenci di colori vivaci e disse: “Ecco la tua chiave!” Il ragazzo spiegò il panno e ne tirò fuori una chiave piccola piccola, minuscola, che poteva tenere sulla punta del dito indice. Se mai avesse potuto aprire una porta si trattava di una porta veramente molto piccola. Porte così sono rare e forse solo un essere piccolo piccolo poteva poi passare attraverso quel pertugio, ma era solo un’idea perché una serratura così piccola poteva anche essere l’ultima di tante serrature di una porta immensa. Il ragazzo guardò il fabbro per un attimo e poi gli sorrise dicendo: “Sai, questa chiave è per una persona che mi vuole molto bene. Io non so proprio cosa regalarle e pensavo che sarebbe stato bello regalare una chiave magica, ma questa chiave è molto strana, è magica davvero?”
Ego sospirò e disse: “Temo di no! È solo l’opera delle mie mani, quello che sono riuscito a fare con il metallo che mi hai dato, non credo sia magica, però ho lavorato in un modo speciale per forgiarla. Ho lavorato con entusiasmo ed ero felice di poter fare qualcosa che potesse piacere a te. Avevo capito che la chiave che desideravi non era per te. Quindi lavorando alla tua chiave stavo lavorando per te, per la persona a cui la vuoi regalare e nello stesso tempo anche per me. Questa chiave non è magica ma forse rappresenta un nodo, uno snodo, il punto in cui tre persone si sono incontrate per cercare qualcosa insieme. Ti auguro che questa chiave possa aprire una porta.”
Il ragazzo disse grazie, pagò quanto stabilito e partì.

Costanza Tuor