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	<title>Il mondo in punta di dita</title>
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	<description>Benvenuto nel blog della casa editrice EMI. Leggi, commenta, partecipa. Buon viaggio!</description>
	<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 14:37:37 +0000</pubDate>
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		<title>Lo choc africano</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 14:37:37 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Sporcarsi le mani]]></category>

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		<description><![CDATA[Diario di viaggio
L’incontro con il continente africano sconvolge e coinvolge per sempre, provocando una severa riflessione su sé stessi e il proprio stile di vita: si trasforma in un irresistibile invito a rivedere il proprio comportamento e il proprio modo di pensare. Fa scoprire responsabilità prima del tutto ignorate.
Al primo contatto l’impensabile si presenta agli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #888888;">Diario di viaggio</span></h2>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-580" title="africa011" src="http://www.emi.it/blog/../public/2010/03/africa011.jpg" alt="africa011" width="130" height="98" />L’incontro con il continente africano sconvolge e coinvolge per sempre, provocando una severa riflessione su sé stessi e il proprio stile di vita: si trasforma in un irresistibile invito a rivedere il proprio comportamento e il proprio modo di pensare. Fa scoprire responsabilità prima del tutto ignorate.<br />
Al primo contatto l’impensabile si presenta agli occhi, la sorpresa è tale che lascia ammutoliti, non si ha la forza di chiedere chiarimenti né di fare commenti di fronte a ciò che si vede ogni giorno meglio.<br />
Lo sguardo sbalordito si posa sul panorama sociale che ti circonda, mille pensieri in uno, la mente sembra non reagire. Solo una banale considerazione: com’è possibile che a poche ore di viaggio in aereo<br />
esistano tali condizioni di vita?<br />
Dalla città – dove tutto è in perenne movimento dalle prime luci dell’alba fino al tramonto, uomini e mezzi in un convulso, rumoroso, caotico disordine, dove ricchezza e povertà si ignorano – all’entroterra,<br />
in un tormentato percorso lungo strade impossibili, con l’impalpabile polvere rossa che penetra dappertutto o si tramuta in manto scivoloso dopo la pioggia. Sembra di non arrivare mai.<br />
Scorrono paesaggi insoliti: uomini, donne, bambini sempre in cammino; piccoli agglomerati di costruzioni fatiscenti attorno ai luoghi di mercato, molto frequentati; villaggi di capanne buie e cadenti, l’una accostata all’altra o sparse qua e là, seminascoste nel verde.<br />
È il terreno coltivato a svelare che in quei luoghi gli uomini operano ed è il silenzio il contrasto più forte con la città.<br />
<img class="alignright size-full wp-image-581" title="africa02" src="http://www.emi.it/blog/../public/2010/03/africa02.jpg" alt="africa02" width="130" height="98" />Vedi il risultato della distruzione sistematica di paesaggi sconosciuti, la cui bellezza è qualcosa di sublime, uno spettacolo che attende ancora di essere espresso, che lascia senza parole e riduce al silenzio per l’eccesso della meraviglia.<br />
Ti accoglie il saluto festoso dei bambini… se ti fermi uno sciame ti assale; i giovani sorridono; gli anziani, salutando con la mano, sembra ti conoscano da sempre; lo sguardo languido delle donne s’illumina con quel sorriso d’accoglienza che è ormai scomparso dai nostri volti.<br />
Ogni commento è superfluo. Le immagini si commentano da sole.<br />
Il silenzio diventa un segno di rispetto. C’è qualcosa di indefinibile che ti lascia frastornato.<br />
Poi ci sono i missionari, accoglienti e gioviali, ciascuno con qualche tratto particolare; e le suore, meravigliose, infaticabili. Ma quante rinunce, quante difficoltà, e chissà quante disillusioni. Se è vero che annunciare la Buona Novella è il compito primo del missionario, vivendogli accanto ti rendi conto come sia quotidianamente chiamato a testimoniarla in una realtà sociale che gli impone prove durissime.<br />
Di fronte a condizioni di vita che difficilmente si possono descrivere a parole, sopravviene una sensazione di impotenza, di sconfitta ideale, di condanna morale; poi al rientro, svanito l’entusiasmo dell’incontro, subentra il ricordo di quello che hai veduto, comincia la riflessione e cominci a capire situazioni delle quali già prima avevi sentito parlare, ma… non eri in ascolto! Hai negli occhi immagini tali da essere scandalizzato di ciò che noi stessi siamo.<br />
Ripensando alle esperienze fatte in questo mondo sconosciuto, forti della nostra cultura, dei nostri soldi, convinti della bontà delle nostre iniziative, sicuri di essere portatori di progresso – termine incomprensibile per molti di loro – affiora persino il dubbio di aver operato per il loro bene, pur animati da buone intenzioni.<br />
Si descrivono i neri come indolenti, pigri, senza iniziativa, senza desideri o scopi. Ma è probabile che lo stato di asservimento e di miseria in cui è immersa questa gente, spieghi la loro apatia, oltre alla<br />
non adeguata rimunerazione del lavoro sia in campo agricolo che nelle prestazioni d’opera in altri campi. Solo fino a cento anni fa gli indigeni erano sottoposti in Africa Centrale al lavoro obbligatorio per il trasporto e per la costruzione di strade. Alcune tribù preferirono la morte a tale asservimento. Una verità scabrosa che viene rifiutata.<br />
Troppo spesso il processo di avvicinamento a queste popolazioni manca di appropriata assimilazione della loro cultura. Si opera nella presunzione che sia sufficiente fare il progetto e dare il sostegno finanziario per raggiungere il risultato, senza chiedersi se e come sia da loro percepita l’utilità di tali interventi; senza chiedersi se i bisogni che noi abbiamo individuato corrispondano a quelli che loro vedono come prioritari; senza chiedersi se i nostri progetti escludano bisogni per loro primari o se corrispondano ai loro stili di vita, alle loro tradizioni, al loro linguaggio.<br />
Così, di fronte a progetti già elaborati, priorità prestabilite o analisi fatte secondo valutazioni che rispecchiano il nostro modo di vedere e giudicare, ai neri non resta che subire scelte di cui non percepiscono l’utilità o che intimamente non condividono. Ma siccome “paghiamo noi” li obblighiamo ad assumere l’atteggiamento di facciata che apprezziamo di più, quello di mostrarsi sempre disponibili e felici.<br />
I missionari che vivono con queste popolazioni, composte da centinaia di etnie tra loro diverse, e soprattutto lontane dai nostri criteri di giudizio, conoscono perfettamente questo tema delicato. Finalmente, con grave ritardo, si sta prendendo coscienza a livello internazionale della violazione dei diritti più elementari di questi popoli e comincia anche a crescere la denuncia delle condizioni di miseria in cui sono costretti a vivere. E mentre continuiamo a sfruttare le loro ricchezze, ci permettiamo perfino sterili quanto soddisfacenti sensi di colpa.</p>
<p><strong><em>Paolo Maracani</em></strong></p>
<p>Per approfondire:<br />
<a href="http://www.emi.it/schede/1894-4.html">Gli angeli non pesano</a></p>
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		<title>Uscire dalla crisi</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 13:46:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[L'attualità vista da noi]]></category>

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		<description><![CDATA[
Un mondo difficile
Noi viviamo in un mondo colpito contemporaneamente da tre flagelli:
a) una crisi sociale, caratterizzata da un aumento della povertа e delle diseguaglianze, al Nord come al Sud del mondo;
b) una crisi economico-finanziaria, a cui si può attribuire anche la crisi alimentare e quella energetica, perché entrambe sono state determinate dall&#8217;impennata dei prezzi causata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong></strong></p>
<h2><span style="color: #888888;">Un mondo difficile</span></h2>
<p><img class="alignright size-full wp-image-575" title="poverta01" src="http://www.emi.it/blog/../public/2010/03/poverta01.jpg" alt="poverta01" width="135" height="98" />Noi viviamo in un mondo colpito contemporaneamente da tre flagelli:<br />
a) una crisi sociale, caratterizzata da un aumento della povertа e delle diseguaglianze, al Nord come al Sud del mondo;</p>
<p>b) una crisi economico-finanziaria, a cui si può attribuire anche la crisi alimentare e quella energetica, perché entrambe sono state determinate dall&#8217;impennata dei prezzi causata principalmente dalla speculazione;</p>
<p>c) una crisi ecologica, probabilmente la più grave delle tre, con le sue conseguenze in termini di riscaldamento planetario, cambiamento climatico e perdita di biodiversità.</p>
<p>Come spesso accade in questi casi, i tre flagelli si rafforzano tra loro. Le persone più povere, ad esempio, sono portate a sfruttare eccessivamente l&#8217;ambiente in cui vivono. Questo le porta a tagliare gli alberi, ad esaurire i suoli, a distruggere specie. La miseria non è una cosa buona per la natura, ma anche nella stratosfera delle élite che si sono arricchite oltre ogni misura grazie alla globalizzazione, il consumo può produrre gli stessi danni causati dai poveri.</p>
<p>Se ogni abitante della Terra avesse diritto alla stessa superficie per la sua sussistenza, toccherebbe ad ognuno poco più di due ettari a testa - un po&#8217; più di tre campi da calcio. Peccato che l&#8217;impronta ecologica dei paesi ricchi superi nettamente questa misura. Gli italiani avrebbero bisogno di quattro Italie per soddisfare i propri bisogni, mentre Stati Uniti e Cina consumano ciascuna il 21% della biocapacità del pianeta - ma l&#8217;ex celeste impero ha una popolazione che è più di 4 volte superiore.</p>
<p>Nel saggio <em>Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere</em>, Jared Diamond identifica le ragioni ecologiche che hanno portato alla scomparsa di diverse civiltà del passato, e constata che ogni volta le élite hanno potuto continuare a consumare senza freni, mentre la grande massa della popolazione viveva già nella penuria. È esattamente il punto in cui ci troviamo oggi, con un sovraconsumo delle élite mentre almeno un miliardo di persone manca di tutto. Un altro punto di contatto tra i 3 flagelli è stata la scintilla che ha fatto scoppiare la crisi economica: la bolla dei mutui subprime ha visto la partecipazione - come attori non protagonisti - di milioni di poveri, che hanno preso a prestito somme per acquistare casa, senza sapere in cosa si impegnavano. Oggi hanno perso sia il denaro che l&#8217;abitazione.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-576" title="clima" src="http://www.emi.it/blog/../public/2010/03/clima.jpg" alt="clima" width="126" height="68" />E domani la crisi ecologica aggraverà ancor più la sorte dei più poveri. Secondo il rapporto 2007 dell&#8217;<em>Intergovernmental Panel of Climate Change</em> - un gruppo che riunisce centinaia di scienziati sotto le insegne delle Nazioni Unite - , l&#8217;isola pacifica di Tuvalu sarà probabilmente la prima terra abitata ad essere inghiottita dalle acque, mentre le terre completamente aride potranno crescere dell&#8217;8%, ed il rendimento di buona parte dei terreni agricoli africani potrebbe ridursi della metà. Ovunque gli avvenimenti climatici eccezionali saranno molto più frequenti.</p>
<p>Dobbiamo accettare la situazione, godendo dell&#8217;attimo fuggente, e costruire una barriera di acciaio dell&#8217;altezza di tre metri, come hanno fatto alla frontiera tra Stati Uniti e Messico, contro i rifugiati climatici e i poveri del mondo intero? Dobbiamo credere ai manager ed agli esperti di economia che ci dicono di lasciar fare al mercato? La risposta mi sembra ovvia.</p>
<p><em><strong>Roberto Bosio</strong></em></p>
<p>Per approfondire:<br />
<a href="http://www.emi.it/schede/1901-9.html">Oltre il capitalismo</a></p>
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		<title>Appello per l&#8217;acqua</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 13:16:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Ambiente]]></category>

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		<description><![CDATA[Acqua: merce o diritto fondamentale? 
Appello di Alex Zanotelli
Questo è l&#8217;anno dell&#8217;acqua, l&#8217;anno in cui noi italiani dobbiamo decidere se l&#8217;acqua sarà merce o diritto fondamentale umano.
Il 19 novembre 2009, il governo Berlusconi ha votato la legge Ronchi, che privatizza i rubinetti d&#8217;Italia. È la sconfitta della politica, è la vittoria dei potentati economico-finanziari. È [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="color: #808080;">Acqua: merce o diritto fondamentale? </span></h2>
<h2><span style="color: #808080;">Appello di Alex Zanotelli</span></h2>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-563" title="acqua02" src="http://www.emi.it/blog/../public/2010/03/acqua02.jpg" alt="acqua02" width="150" height="110" />Questo è l&#8217;anno dell&#8217;acqua, l&#8217;anno in cui noi italiani dobbiamo decidere se l&#8217;acqua sarà merce o diritto fondamentale umano.<br />
Il 19 novembre 2009, il governo Berlusconi ha votato la legge Ronchi, che privatizza i rubinetti d&#8217;Italia. È la sconfitta della politica, è la vittoria dei potentati economico-finanziari. È la vittoria del mercato, la mercificazione della &#8216;creatura&#8217; più sacra che abbiamo: sorella acqua.<br />
Questo decreto sarà pagato a caro prezzo dalle classi deboli di questo Paese, che, per l&#8217;aumento delle tariffe, troveranno sempre più difficile pagare le bollette dell&#8217;acqua (avremo così cittadini di serie A e di serie B!).<br />
Ma soprattutto, la privatizzazione dell&#8217;acqua, sarà pagata dai poveri del Sud del mondo con milioni di morti di sete.<br />
Per me è criminale affidare alle multinazionali il bene più prezioso dell&#8217;umanità (l&#8217;oro blu), bene che andrà sempre più scarseggiando, sia per i cambiamenti climatici (scioglimento dei ghiacciai e dei nevai) sia per l&#8217;incremento demografico.<br />
L&#8217;acqua è un diritto fondamentale umano, che deve essere gestito dai Comuni a totale capitale pubblico, che hanno da sempre il dovere di garantirne la distribuzione per tutti al costo più basso possibile.<br />
Purtroppo, il nostro governo, con la legge Ronchi, ha scelto un&#8217;altra strada, quella della mercificazione dell&#8217;acqua.<br />
Ma sono convinto che la vittoria dei potentati economico-finanziari si trasformerà in un boomerang.<br />
È già oggi notevole la reazione popolare contro questa decisione immorale. Questi anni di impegno e di sensibilizzazione sull&#8217;acqua, mi inducono ad affermare che abbiamo ottenuto in Italia una vittoria culturale, che ora deve diventare politica.<br />
Ecco perché il Forum italiano dei Movimenti per l&#8217;acqua pubblica, lancia ora il Referendum abrogativo della Legge Ronchi, che dovrà raccogliere, fra aprile e luglio 2010, circa seicentomila firme.<br />
Non sarà un referendum solo abrogativo, ma una vera e propria consultazione popolare su un tema molto chiaro: o la privatizzazione dell&#8217;acqua o il suo affidamento ad un soggetto di diritto pubblico.<br />
Le date del referendum verranno annunciate in una grande manifestazione nazionale a Roma il 20 marzo, alla vigilia della Giornata Mondiale dell&#8217;acqua (22 marzo).<br />
Nel frattempo chiediamo a tutti di costituirsi in gruppi e comitati in difesa dell&#8217;acqua, che siano poi capaci di coordinarsi a livello provinciale e regionale.<br />
<img class="alignleft size-full wp-image-564" title="acqua01" src="http://www.emi.it/blog/../public/2010/03/acqua01.jpg" alt="acqua01" width="123" height="98" />È la difesa del bene più prezioso che abbiamo (aria e acqua sono i due elementi essenziali per la vita!).<br />
Chiediamo a tutti i gruppi e comitati di fare pressione prima di tutto sui propri Comuni affinché convochino consigli monotematici per dichiarare che l&#8217;acqua è un bene di non rilevanza economica. Questo apre la possibilità di affidare la gestione dell&#8217;acqua ad un soggetto di diritto pubblico.<br />
Abbiamo bisogno che migliaia di Comuni si esprimano. Potrebbe essere questo un altro referendum popolare propositivo.<br />
Solo un grande movimento popolare trasversale potrà regalarci una grande vittoria per il bene comune.<br />
Sull&#8217;acqua ci giochiamo tutto, anche la nostra democrazia.<br />
Dobbiamo e possiamo vincere. Ce l&#8217;ha fatta Parigi (la patria delle grandi multinazionali dell&#8217;acqua, Veolia, Ondeo, Saur che stanno mettendo le mani sull&#8217;acqua italiana) a ritornare alla gestione pubblica. Ce la possiamo fare anche noi.<br />
Mobilitiamoci!<br />
È l&#8217;anno dell&#8217;acqua!</p>
<p><strong><em>Alex Zanotelli </em></strong></p>
<p>Per approfondire:<br />
<a href="http://www.emi.it/schede/1594-8.html">Acqua</a><br />
<a href="http://www.emi.it/schede/1717-6.html">Acqua bell&#8217;acqua</a><br />
<a href="http://www.emi.it/schede/1234-5.html">Acqua come cittadinanza attiva</a><br />
<a href="http://www.emi.it/schede/1604-9.html">Acqua con giustizia e sobrietà</a><br />
<a href="http://www.emi.it/schede/1680-3.html">Acqua e ambiente</a><br />
<a href="http://www.emi.it/schede/1605-6.html">Acqua e antropologia</a><br />
<a href="http://www.emi.it/schede/1679-7.html">Acqua e conflitti</a><br />
<a href="http://www.emi.it/schede/1688-9.html">Acqua e intercultura</a><br />
<a href="http://www.emi.it/schede/1686-5.html">Acqua e scienza</a><br />
<a href="http://www.emi.it/schede/1394-5.html">Acqua fonte di democrazia</a><br />
<a href="http://www.emi.it/schede/1640-7.html">Acqua tra educazione e cooperazione</a><br />
<a href="http://www.emi.it/schede/1600-6.html">Acqua, educazione, cittadinanza</a><br />
<a href="http://www.emi.it/schede/1603-2.html">Acqua, il consumo in Italia</a><br />
<a href="http://www.emi.it/schede/1432-1.html">Gocciolo, il Babao e Sabelina</a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Rifare gli italiani</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 11:36:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Dire fare educare]]></category>

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		<description><![CDATA[
Un’emergenza educativa “nazionale”
Sostiene Sergio Zavoli che “rifare gli italiani” è oggi la missione della nostra scuola. Non vi è niente di più urgente che formare il senso civico dei nostri cittadini, la loro coscienza civile, l’ethos della cittadinanza e della democrazia in un Paese il cui sistema politico è a rischio di implosione. Quando questo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><img class="alignleft size-full wp-image-545" title="scuolainterculturale02" src="http://www.emi.it/blog/../public/2010/03/scuolainterculturale02.jpg" alt="scuolainterculturale02" width="116" height="104" /></h1>
<h2><span style="color: #888888;">Un’emergenza educativa “nazionale”</span></h2>
<p>Sostiene Sergio Zavoli che “rifare gli italiani” è oggi la missione della nostra scuola. Non vi è niente di più urgente che formare il senso civico dei nostri cittadini, la loro coscienza civile, l’ethos della cittadinanza e della democrazia in un Paese il cui sistema politico è a rischio di implosione. Quando questo accadrà – e se accadrà – nessuno è in grado di prevederlo. Ma le scosse, il tumulto, la fibrillazione si colgono nell’aria.<br />
Il documento d’indirizzo, reso noto il 4 marzo 2009 dal ministro Gelmini, viene a rilanciare un insegnamento che per cinquant’anni è stato chiamato <em>Educazione civica </em>(o convivenza civile) incontrando alterne vicende.<br />
Proprio perché tale occasione non era prevista, essa potrà offrire maggiori e straordinarie potenzialità: “Cittadinanza e Costituzione” appare infatti un binomio esplosivo. Se opportunamente valorizzato, è possibile costruire la premessa per qualcosa d’importante, a 150 anni dalla ricorrenza dell’unità d’Italia che ci apprestiamo a celebrare nel 2011.<br />
L’Italia si prepara a vivere una duplice fase politica: di bilancio, perché un lungo periodo politico sta giungendo al capolinea e tanti segnali annunciano che sta calando il sipario; ma, al contempo, di rilancio poiché il nostro Paese ha bisogno di un “terzo risorgimento”, ossia di un grande evento di popolo – condiviso da tutti ed emotivamente unitario – che possa indicare la rotta da seguire per un nuovo inizio.<br />
<img class="alignleft size-full wp-image-552" title="scuolainterculturale2" src="http://www.emi.it/blog/../public/2010/03/scuolainterculturale2.jpg" alt="scuolainterculturale2" width="124" height="69" />Acquista allora un’importanza particolare questo insegnamento nell’attuale contesto multiculturale che vede l’Italia alle prese non solo con la vecchia e irrisolta questione meridionale, ma anche con la nuova e più insidiosa questione settentrionale che si intreccia con il problema dell’integrazione degli immigrati, forse la priorità del nostro Paese.<br />
È certo, ad esempio, che in Italia un nuovo attore sociale si sta oggi affermando per il suo protagonismo: la cosiddetta Rete G2, quella delle seconde generazioni, che può già contare su un milione di figli dell’immigrazione.<br />
Questa realtà in un solo anno (nel 2007) è cresciuta di ben 64.000 nuovi nati. Una generazione tutt’altro che “invisibile”, con cui presto bisognerà fare i conti, per le ragioni che diremo.<br />
Ha scritto una di loro, che la Rete G2 si incontra periodicamente nei workshop nazionali, o virtualmente sul blog G2, o discute sul forum, ma, soprattutto, che essa sta già assumendo un peso politico crescente.<br />
Ad esempio, la Commissione affari costituzionali della Camera ha ricevuto i rappresentanti delle seconde generazioni per ascoltare il loro parere sulla riforma della legge sulla cittadinanza, così pure hanno fatto sia la Consulta nazionale per i problemi degli immigrati e delle loro famiglie, sia l’Osservatorio per l’integrazione degli alunni stranieri e l’educazione interculturale.<br />
Da tempo il nostro Paese ha una politica scolastica di corto respiro e di piccolo cabotaggio, senza una visione, senza un progetto se non di natura funzionalista e aziendalista.<br />
Gli annunci mediatici diventano più importanti del cambiamento reale, la tattica prende il sopravvento sulla strategia. Manca un disegno, non è chiara la direzione. Per questo siamo condannati a brancolare nella nebbia.<br />
La Chiesa italiana segue con estrema attenzione tutto ciò che riguarda la sfida educativa. Il cardinale Angelo Bagnasco ha annunciato che la scelta dell’“educazione” sarà il tema pastorale per il decennio 2010-2020. Una questione seria che va ben oltre gli ambiti tradizionali della famiglia e della scuola. Il grave disorientamento morale che si coglie in tutto il Paese, a partire dallo spettacolo squallido e penoso della classe politica, spinge a parlare della questione educativa come di una vera emergenza nazionale. Potrà bastare, per tirarci fuori dalle sabbie mobili, la riproposizione stanca dei valori – anche di quelli cosiddetti “costituzionali” – oppure resteremo dentro al guado fino a quando non ritroveremo la credibilità dei testimoni, la cultura della legalità e il linguaggio dei gesti e delle esperienze reali?<br />
È a questo dilemma che il nuovo insegnamento “Cittadinanza e Costituzione” è chiamato a dare una risposta.</p>
<p><em><strong>Antonio Nanni, Antonella Fucecchi</strong></em></p>
<p>Per approfondire:</p>
<p><a href="http://www.emi.it/schede/1900-2.html">Rifare gli italiani</a></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Arriverò comunque</title>
		<link>http://www.emi.it/blog/?p=530</link>
		<comments>http://www.emi.it/blog/?p=530#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 03 Nov 2009 08:11:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[I lettori ci scrivono]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.emi.it/blog/?p=530</guid>
		<description><![CDATA[                                                                                                               
Sfuggo dalla siccita&#8217;
dalle privazioni
dalla fame
dalle guerre civili e incivili
dall’inferno
da una terra senza futuro e senza sogni.
Vendo il mio corpo
a poco prezzo
a chiunque
per comprare un sogno.
Dopo duemila chilometri di sabbia
di sole e di freddo
di cimiteri
il sogno annebbiato e confuso
s’intravede all’orizzonte
mentre sull’altra riva
iniziano i festeggiamenti del Natale.
Ora, coperta da un lembo di cielo,
sto attraversando quel lembo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> <img class="size-full wp-image-531 alignleft" src="http://www.emi.it/blog/../public/2009/11/immigrazione.jpg" alt="" width="326" height="255" />                                                                                                              </p>
<p>Sfuggo dalla siccita&#8217;<br />
dalle privazioni<br />
dalla fame<br />
dalle guerre civili e incivili<br />
dall’inferno<br />
da una terra senza futuro e senza sogni.</p>
<p>Vendo il mio corpo<br />
a poco prezzo<br />
a chiunque<br />
per comprare un sogno.</p>
<p>Dopo duemila chilometri di sabbia<br />
di sole e di freddo<br />
di cimiteri<br />
il sogno annebbiato e confuso<br />
s’intravede all’orizzonte<br />
mentre sull’altra riva<br />
iniziano i festeggiamenti del Natale.</p>
<p>Ora, coperta da un lembo di cielo,<br />
sto attraversando quel lembo di mare<br />
che separa il sogno dalla realta&#8217;,<br />
che separa l’inferno dal paradiso.</p>
<p>Sto attraversando quel maledetto mediterraneo<br />
cimitero della libert�<br />
fosse comune per nascondere la vergogna della civilt�<br />
discarica del vostro benessere<br />
e fonte delle vostre delizie.</p>
<p>Sto attraversando l’ultimo ostacolo<br />
di questa folle corsa ad ostacoli<br />
con altri quaranta sognatori,<br />
su un vecchio gommone<br />
che può portare solo dieci,<br />
in balia alle onde.</p>
<p>Ma i nostri sogni non temono le onde<br />
e nemmeno i cimiteri.<br />
Non importano la sete e la fame<br />
non importano le sofferenze<br />
domani saranno lontani ricordi.<br />
Non importano le ferite<br />
domani saranno cicatrici.</p>
<p>Domani o dopodomani arriverò da voi<br />
per raccogliere i brandelli del mio corpo<br />
per rinascere<br />
e incominciare a scrivere la mia vera storia<br />
e forse per condividere con voi il paradiso<br />
o almeno la cena di Natale.</p>
<p>Ad un tratto<br />
mi trovo avvolta nelle tenebre profonde<br />
illuminate da mille occhiolini luccicanti<br />
che iniziano a fare festa del mio corpo<br />
prima di finire sui tavoli della vostra festa.<br />
(<em>Abdelkarim Hannachi</em>)</p>
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		<title>Lo scandalo storico</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Oct 2009 13:46:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Dire fare educare]]></category>

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		<description><![CDATA[di Laura Tussi
Il mosaico complessivo dello sterminio nazista non risulta omogeneo, ma presenta modalità di realizzazione differenziate che devono essere tenute presenti, al fine di intendere questo processo storico nella sua realtà concreta, nel quadro di un comune intento criminale perpetrato dai nazisti in tutto il territorio europeo sul quale riuscirono ad esercitare il loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Laura Tussi</em></p>
<p><img class="size-medium wp-image-513 alignleft" title="nazisti2" src="http://www.emi.it/blog/../public/2009/10/nazisti2-300x231.gif" alt="nazisti2" width="300" height="231" />Il mosaico complessivo dello sterminio nazista non risulta omogeneo, ma presenta modalità di realizzazione differenziate che devono essere tenute presenti, al fine di intendere questo processo storico nella sua realtà concreta, nel quadro di un comune intento criminale perpetrato dai nazisti in tutto il territorio europeo sul quale riuscirono ad esercitare il loro nefasto dominio.<br />
Lo sterminio nazista è stato un fenomeno sistematico che ha assunto modalità molteplici e differenti di esecuzione e realizzazione storica, in una molteplicità che deve essere indagata e studiata analiticamente, per recuperare lo spessore di una tragedia che non trascende la storia umana, ma si innesta all&#8217;interno della vicenda mondiale dell&#8217;umanità, come un fardello, anche con tutta l&#8217;incoscienza e il senso di sottomissione e obbedienza degli attori che hanno eseguito l&#8217;immane ignominia dello sterminio e hanno rappresentato questa tragedia sulla scena del mondo. L&#8217;annientamento nazista non si sottrae al giudizio storico, in quanto la sua esecuzione è stata opera di uomini, che in un determinato tempo storico e in un definito spazio geografico e politico, hanno attuato ed eseguito la criminale decisione di realizzare quella soluzione finale che coincide con un assassinio di massa a livello industriale di milioni di persone.<br />
La “banalità del male” si radica in quello stesso atteggiamento, tipico delle SS, con il quale questo gruppo nazista annullava l&#8217;istintiva pietà animale per la sofferenza altrui, concependo di dover combattere una battaglia contro le donne, i bambini, i vecchi e altre categorie deboli che il sistema nazista ha annientato.<br />
Risulta doveroso distinguere la fenomenologia complessa dei diversificati campi di sterminio nazisti, con la primaria funzione distruttiva, finalizzata ad annientare ogni presunta razza inferiore, ogni oppositore politico e ogni diversità sociale, secondo una logica razzista assoluta e fanatica, nell&#8217;ottica della criminale funzione distruttiva che si manifestava in differenti modalità, con l’imposizione del lavoro schiavile, con l&#8217;eliminazione degli avversari politici e con l&#8217;annientamento sistematico delle presunte razze inferiori.<br />
Queste diversificate funzioni dei lager nazisti comportavano diverse modalità di organizzazione dei campi di sterminio, pur condividendo sempre la comune meta finale nazista, ossia l&#8217;eliminazione del diverso, dell&#8217;altro, dell&#8217;opposto e del più debole.<br />
La pacata e cogente riflessione di Primo Levi, che non ammette dubbi e perplessità, ricorda che l&#8217;opera abominevole dello sterminio nazista non è stata compiuta da esseri diabolici, ma è stata concepita e minuziosamente e capillarmente perseguita, con ottusità burocratica, da altri uomini contemporanei, per cui lo sterminio nazista non deve essere considerato un unicum, catalogabile come evento mitico, da collocarsi necessariamente oltre la storia e oltre le capacità critiche umane. Le vicende del criminale annientamento nazista devono essere collocate in un quadro storico contemporaneo, pensando anche alla grande varietà di termini che sono stati coniati per riferirsi a quanto compiuto dai tedeschi nei campi di concentramento e di sterminio, scrivendo variamente di Olocausto, di Shoah, di universo concentrazionario, di soluzione finale, di genocidio.<br />
Si indica anche la Shoah, assumendo Auschwitz come metonimia e simbolo universale, collocato oltre la storia, in una zona mitica e improbabile, cui è lecito pensare mediante il silenzio, sperimentando in tal modo l&#8217;impossibilità degli argomenti umani nel rendere tutta la drammaticità di tali eventi storici, dove ogni termine e ogni soluzione prospettata colgono aspetti rilevanti e puntuali, condividendo la necessità di rimuovere totalmente l’ignominia connessa allo sterminio nazista, attraverso diverse modalità logiche con le quali si è costantemente rimosso lo scandalo dell&#8217;annientamento di massa perpetrato, con efficienza burocratica ed industriale, dal sistema totalitario. <img class="alignright size-full wp-image-510" title="nazisti02" src="http://www.emi.it/blog/../public/2009/10/nazisti02.gif" alt="nazisti02" width="189" height="292" /><br />
La politica nazista aveva l&#8217;intenzione dichiarata di rimuovere dalla mente dei superiori uomini arii l’idea cristiana, illuminista e marxista dell&#8217;uguaglianza tra gli esseri umani, imponendo, al centro della concezione del mondo e della realtà, un razzismo assoluto, dove non tutte le cosiddette razze sono uguali, in quanto neppure gli uomini sono uguali tra loro, perché esistono individui superiori che hanno il diritto di dominare sulla terra e a cui si contrappongono molte altre persone inferiori, che devono essere schiavizzate e subordinate ai dominatori arii.<br />
Dal punto di vista nazista, l’ario che elimina altri uomini inferiori, non sta compiendo un assassinio, ma sta semplicemente compiendo un&#8217;operazione igienica di disinfestazione del mondo, un&#8217;opera sistematica di mera pulizia etnica, compiuta con determinazione e burocratica ottusità, per la tutela delle esclusive condizioni di benessere dell&#8217;intera umanità superiore.<br />
L&#8217;immane opera di pulizia etnica poteva essere effettuata solo da individui superiori come le SS che avevano introiettato la visione del mondo nazista e che erano convinte che l&#8217;eliminazione violenta di altri uomini rappresentava un&#8217;opera lodevole meritoria e non un crimine.<br />
Di fronte alla necessità di ricostruzione storica di quanto accaduto nei campi di sterminio nazisti, sembra dunque opportuno ricordare questo scandalo etico, storico e civile, la cui memoria consenta di recuperare e far rammentare alle nuove generazioni tutta l’abominevole criminalità del terrore nazista.</p>
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		<title>Riceviamo e pubblichiamo:</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Oct 2009 09:44:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[EMImmagini]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8230; una illustrazione di
Valentina Zagaglia, Fermo (Ap)


 
 
 
 
 

&#8230; queste fotografie di
Roberto Gramaglia, Torino    
 









Laura Siciliano, Torino

]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #ff0000;"><strong><em>&#8230; una illustrazione di</em></strong></span></p>
<p><em>Valentina Zagaglia, Fermo (Ap)<br />
</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-470" title="zagaglia" src="http://www.emi.it/blog/../public/2009/10/zagaglia.gif" alt="zagaglia" width="227" height="158" /></p>
<p> </p>
<p> </p>
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<p> </p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong><em></em></strong></span></p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">&#8230; queste fotografie di</span></strong></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><em><span style="color: #000000;">Roberto Gramaglia, Torino</span></em></span><span style="color: #ff0000;"><em><span style="color: #000000;"><img class="alignleft size-full wp-image-472" title="gramaglia09" src="http://www.emi.it/blog/../public/2009/10/gramaglia09.gif" alt="gramaglia09" width="227" height="128" />    <img class="alignleft size-full wp-image-475" title="gramaglia112" src="http://www.emi.it/blog/../public/2009/10/gramaglia112.gif" alt="gramaglia112" width="227" height="128" /></span></em></span></p>
<p> </p>
<p><span style="color: #ff0000;"><em></em></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><em></em></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><em></em></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><em></em></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><em><span style="color: #ff0000;"><em></em></span></em></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><em><span style="color: #ff0000;"><em></em></span></em></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><em><span style="color: #ff0000;"><em></em></span></em></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><em><span style="color: #ff0000;"><em></em></span></em></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><em><span style="color: #ff0000;"><em></em></span></em></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><em><span style="color: #ff0000;"><em><span style="color: #000000;">Laura Siciliano, Torino</span></em></span></em></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><em><span style="color: #ff0000;"><em><span style="color: #000000;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-477" title="siciliano" src="http://www.emi.it/blog/../public/2009/10/siciliano-225x300.gif" alt="siciliano" width="225" height="300" /></span></em></span></em></span></p>
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		<title>Le chiavi aprono le porte</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Oct 2009 08:29:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[I lettori ci scrivono]]></category>

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		<description><![CDATA[Racconto di Costanza Tuor
C’era una volta un uomo. Era piccolo di statura e aveva la pelle liscia come la seta. Le sue mani erano grandi ed era conosciuto per il vigore e l’entusiasmo con cui stringeva le mani di chi salutava. Tutti lo chiamavano Ego, tuttavia egli aveva un nome segreto che nessuno conosceva e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Racconto di Costanza Tuor</em></p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-461" title="costanza1" src="http://www.emi.it/blog/../public/2009/10/costanza1-216x300.gif" alt="costanza1" width="216" height="300" />C’era una volta un uomo. Era piccolo di statura e aveva la pelle liscia come la seta. Le sue mani erano grandi ed era conosciuto per il vigore e l’entusiasmo con cui stringeva le mani di chi salutava. Tutti lo chiamavano Ego, tuttavia egli aveva un nome segreto che nessuno conosceva e che nessuno aveva mai pronunciato. Era stato un suo vecchio amico, che purtroppo non vedeva più da tempo, a rivelargli che, se una persona l’avesse chiamato con il suo nome segreto, la sua vita sarebbe cambiata. Ego aveva tenuto nel suo cuore questa confidenza, ma credeva che, anche se fosse vera tutta quella storia sul nome, non avrebbe mai incontrato la persona capace di chiamarlo così, e poi era convinto che la sua vita fosse già molto piena. Forse cambiare non sarebbe poi stata una gran fortuna.<br />
A volte quando camminava con la testa rivolta al cielo si meravigliava della semplicità delle cose della natura. Tutto andava avanti e lui ci camminava dentro tranquillo e, anche se la sua statura non gli permetteva di vedere oltre certi muri, non si chiedeva mai cosa ci fosse al di là, non perché pensasse che non ci fossero altre belle cose, ma perché di qua era più che sufficiente, anzi c’era già una quantità di roba da vedere e da fare che scavalcare i muri sembrava un rischio, forse una scommessa solo a perdere.<br />
Un giorno di mattina presto mentre andava a lavorare, intravide di lontano la sagoma di una persona, anzi di una personcina. Più si avvicinava più diventava chiaro che si trattava di una ragazza, non molto alta e piuttosto cicciottella, con la pelle arrossata. Camminava veloce veloce, tanto che, quando si incrociarono, Ego ebbe solo il tempo di accorgersi che la ragazza indossava degli occhiali dalla montatura verde. Quanti anni potrà mai avere una ragazza che va in giro con un paio di occhiali così infantili?<br />
Oltre a ciò non pensò nulla e continuò a camminare pianificando la sua giornata, in maniera efficiente e seguendo i suoi ritmi. Era una mattina d’autunno il primo giorno in cui vide la ragazza. Si accorse in quel momento di essere passato proprio di fianco all’albero più antico del suo paese, una ginko biloba, che la leggenda narrava fosse stato piantato in quel punto da un giovane straniero a ricordo del luogo in cui aveva incontrato sua moglie il giorno in cui arrivò. La moglie poi era morta ed egli aveva vissuto la sua intera vita in quel paese. Lo straniero era diventato un vecchio e poi era morto anche lui, ma non era mai tornato al suo paese, anzi era ricordato per avere spesso pronunciato questa frase: “La mia casa è un albero piantato in un luogo preciso, un albero del mio paese!”<br />
Ego aveva sentito molte volte quella storia e in effetti l’aveva sempre colpito in uno strano modo, ma a lui non piaceva farsi troppe domande sulle sue sensazioni. Le cose si capiscono quando si devono capire, pensava sempre tra sé. È inutile andare in fretta a cercare qualcosa, le cose vengono, a volte anche senza che ci si possa fare nulla. E poi, diciamola, a me neanche piacciono tanto tutte queste smancerie romantiche che fanno pensare a un mondo dentro un altro mondo, a possibilità dentro altre possibilità! Io ho la mia esperienza e la mia esperienza mi dice che le cose si imparano con il tempo e che bisogna valutare bene quale direzione prendere prima di fare qualsiasi cosa. Quel giorno si rese conto che nessuno lo contraddiceva, anche perché tutti erano piuttosto d’accordo, anzi ritenevano che fosse saggio ponderare, andar con calma. E proprio mentre stava pensando a queste cose una presenza piccola e veloce gli sfreccio di fianco, un lampo verde, o forse azzurro, non fu chiaro il colore, ma di colore si trattava.<br />
Passarono quasi nove mesi e ogni mattina mentre si recava a lavorare più o meno nello stesso punto lungo la via la ragazzetta passava sfrecciando a gran velocità. Ormai era entrata tra le sue abitudini quotidiane e Ego neanche si chiedeva più chi potesse mai essere, semplicemente credeva che avrebbe sempre avuto un bel lampo colorato a salutarlo ogni mattina e in effetti era stato così per nove mesi. Tutti i giorni per nove mesi aveva camminato lungo la solita strada, aveva sorpassato la ginko biloba, intravisto di lontano i muri di cui non si occupava per nulla, ma che limitavano il suo sguardo sull’infinito e aveva gustato l’allegria del passaggio veloce, preciso e costante di un lampo di colore.<br />
Quel giorno sorpassò l’albero, guardò i muri di pietre antiche e arrivò al lavoro come sempre. Per tutta la giornata tuttavia gli sembrò di essersi dimenticato a casa qualcosa. Aveva forse lasciato il suo coltellino sul tavolo, aveva forse dimenticato di portare il pane al suo amico Picchio, aveva dimenticato di prenotare il biglietto del treno per il suo viaggio dai parenti, aveva forse dimenticato di telefonare a qualcuno che aspettava la sua chiamata, aveva forse dimenticato di mettere il latte in frigorifero, ah, sì, forse aveva dimenticato il compleanno di suo padre. Insomma per tutto il giorno si era sentito a disagio ma non era riuscito a capire cosa avesse dimenticato, e il suo ultimo pensiero fu scandito dal timore di avere sbagliato qualcosa.<br />
Quella sera tornando a casa si sentiva più stanco del solito e andò a dormire molto presto, nonostante avesse deciso di leggere un capitolo del suo libro preferito e nonostante il suo amico Agapé gli avesse chiesto di andare a bere una birra con lui.<br />
Il mattino seguente si mise in cammino e arrivò al lavoro e così fece per molti giorni ancora, forse mesi, forse anni. Quando un giorno, arrivando a lavorare, vide che molta gente si era radunata davanti alla porta del suo laboratorio e sembrava aspettare il suo arrivo con ansia. Appena lo videro da lontano le persone cominciarono a chiamarlo e ognuno diceva cose. Sembravano un ammasso di parole senza senso e certo creavano un bel po’ di confusione. La cosa lo turbò parecchio. Continuavano tutti a dire, dire, dire, ma nella confusione generale non era ancora riuscito a decifrare nulla. Non aveva nemmeno capito quale fosse il problema, se esistesse un problema da risolvere e cosa avesse a che fare con il suo laboratorio e con lui in persona. Aveva forse fatto del male a qualcuno?<br />
Quando le anime si calmarono sbucò dalla massa un bimbetto piccolo, paffuto e dall’aria entusiasta. Teneva con le manine un pezzo di giornale e glielo porse, come solo i bimbi sanno fare, in fretta, ma con esitazione. L’articolo parlava del laboratorio di un fabbro in un paese sperduto al di là delle mura antiche, un laboratorio dove venivano preparate chiavi magiche. L’indirizzo e il nome del laboratorio erano i suoi.<br />
Chiavi magiche? Ah, che bella trovata pubblicitaria! Non mi sarebbe mai venuta in mente un’idea più azzeccata per sponsorizzare la mia attività. Comunque tutti sanno che le mie chiavi sono solo piccole opere decorative da appendere e non aprono porte, però in effetti sono la cosa che più mi piace fabbricare e che da anni fanno parte del mio repertorio professionale. Chiunque abbia scritto questo articolo, e chissà per che dannato motivo poi, chiunque l’abbia scritto comunque deve essere entrato almeno una volta nel mio laboratorio. L’articolo non era firmato ed essendo stato strappato dal giornale non gli fu nemmeno possibile capire da quale giornale provenisse.<br />
Incominciò a vendere una grande quantità di chiavi e il fatto che le persone venissero lo stimolava a inventare sempre nuove forme e magari a dialogare con la persona che gliele commissionava sul perché volesse proprio una chiave, cosa gli ricordava, quale forma gli piaceva, perché. Passò il tempo e diventò così abile nel decifrare i desideri delle persone che venivano cercando la loro chiave magica che si rese conto un giorno all’improvviso che c’era qualcosa di speciale nelle sue chiavi. Erano pezzi unici preparati pensando proprio alla persona che li chiedeva. Sapeva bene tuttavia che non erano affatto magiche.<br />
La magia era superstizione e quello di cui Ego era sicuro era che la vita sta nelle cose pratiche. Solo nel lavoro, nella fatica e nella disciplina si può trovare la vera ricchezza, la vera profondità. Nonostante questa sua convinzione gli piaceva pensare che ogni chiave andasse proprio alla persona che la cercava e, a volte, si scopriva entusiasta al pensiero che sarebbe stato bello se quelle chiavi avessero potuto veramente aprire porte.<br />
Un giorno arrivò nel laboratorio un ragazzino, non aveva più di tredici anni. Magrolino e già piuttosto alto per la sua età. Teneva tra le mani un pezzo di metallo, la cosa strana, benché si trattasse inequivocabilmente di metallo, era che aveva un colore strano. Era verde. Il ragazzino chiese al fabbro di preparargli una chiave proprio con quel pezzo di metallo. Ego prese quel pezzo di metallo tra le mani, lo guardò a lungo e pensò che c’era qualcosa che ancora non conosceva. Un metallo che ancora non aveva avuto occasione di lavorare.<br />
Che meraviglia! avrebbe potuto costruire una chiave con un metallo nuovo. Il ragazzo disse che sarebbe tornato tra un mese perché doveva andare via con i suoi genitori. L’avrebbe pagato al suo ritorno e avrebbe preso la sua chiave.<br />
Ego lo interrogò, come era solito fare con tutti, gli fece le solite domande, sui gusti, sulle forme, sui perché ed ebbe la strana sensazione che quel ragazzo non volesse una chiave per aprire una porta per sé, ma per farne dono a qualcuno. Gli sembrò che quel ragazzo facesse fatica a rispondere alle domande perché la chiave non era per lui e cercava di comunicare quello che aveva nel suo cuore, ma tutto ciò che rispondeva era suo solo per amore. Le sue risposte erano ambigue, difficili da interpretare perché parlavano di qualcun altro. Il ragazzo chiaramente desiderava fare un dono speciale a qualcuno e, sebbene sapesse molte cose di questa persona, che indubbiamente amava, aveva timore di non dire abbastanza o di non sapere quale fosse la cosa più importante da trasmettere affinché la chiave fosse proprio quella giusta.<br />
Il risultato di quell’ordine fu che per un mese Ego lavorò soltanto per fabbricare quella chiave di metallo verde e mentre il metallo tintinnava sotto ogni colpo del martello, improvvisamente si ricordò del suo lampo verde. O era azzurro?<br />
Certo era colorato, un lampo di colore. Un po’ assomigliava a quel metallo. Forse i colori si notano di più quando sono rari, o forse si notano solo in certi momenti, forse i colori sono belli, forse i colori hanno a che fare con la libertà.<br />
Ahi, ahi ahi una parola pericolosa era spuntata nei suoi pensieri sparsi. Una parola che aveva occupato tanto, troppo tempo della sua esistenza e che Ego aveva lasciato affondare in fondo. Non aveva mai voluto prenderla tanto in considerazione perché la libertà era qualcosa che lo spaventava. Significava responsabilità, limiti, scelte. Troppe cose a cui egli aveva risposto un giorno a suo modo e gli sembrava l’unico modo giusto o quello che meglio gli si addiceva.<br />
Però libertà era una parola che squillava, un suono di campana al risveglio, il rumore di un piccolo pezzo di roccia che si stacca dalla montagna e rotola sbattendo contro le pareti alte nel silenzio dell’infinito, le ali di un uccello spiegate e luminose sotto il sole, la fantasia che apre il cuore e lascia intravedere cose oltre le cose.<br />
Sì, ma io devo finire questa ordinazione. Domani il ragazzo passa a prendere la sua chiave e io non ho ancora finito.<br />
Il giorno successivo verso il crepuscolo il ragazzino magro si fermò timoroso sulla soglia e disse: “È pronta la mia chiave?”<br />
Ego lo guardò a lungo in silenzio. Era molto serio. Sembrava quasi arrabbiato. Poi porse al ragazzo un fagottino di pannolenci di colori vivaci e disse: “Ecco la tua chiave!” Il ragazzo spiegò il panno e ne tirò fuori una chiave piccola piccola, minuscola, che poteva tenere sulla punta del dito indice. Se mai avesse potuto aprire una porta si trattava di una porta veramente molto piccola. Porte così sono rare e forse solo un essere piccolo piccolo poteva poi passare attraverso quel pertugio, ma era solo un’idea perché una serratura così piccola poteva anche essere l’ultima di tante serrature di una porta immensa. Il ragazzo guardò il fabbro per un attimo e poi gli sorrise dicendo: “Sai, questa chiave è per una persona che mi vuole molto bene. Io non so proprio cosa regalarle e pensavo che sarebbe stato bello regalare una chiave magica, ma questa chiave è molto strana, è magica davvero?”<br />
Ego sospirò e disse: “Temo di no! È solo l’opera delle mie mani, quello che sono riuscito a fare con il metallo che mi hai dato, non credo sia magica, però ho lavorato in un modo speciale per forgiarla. Ho lavorato con entusiasmo ed ero felice di poter fare qualcosa che potesse piacere a te. Avevo capito che la chiave che desideravi non era per te. Quindi lavorando alla tua chiave stavo lavorando per te, per la persona a cui la vuoi regalare e nello stesso tempo anche per me. Questa chiave non è magica ma forse rappresenta un nodo, uno snodo, il punto in cui tre persone si sono incontrate per cercare qualcosa insieme. Ti auguro che questa chiave possa aprire una porta.”<br />
Il ragazzo disse grazie, pagò quanto stabilito e partì.</p>
<p><em>Costanza Tuor<br />
</em></p>
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