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Intervista con l'Autore |
![]() Lorenzo Fazzini intervista Philip Jenkins autore di Il Dio dell'Europa I suoi lavori in Religious Studies sono ormai un classico nella letteratura storico-sociologica contemporanea, grazie a testi come La Terza Roma (Fazi) e Nuovi volti del cristianesimo (Vita e Pensiero). Philip Jenkins, docente alla Penn State University (Pennsylvania) e alla Baylor University (Texas), spiazza i sostenitori delle "magnifiche sorti e progressive" del laicismo europeo con il suo nuovo libro, Il Dio dell’Europa. Il cristianesimo e l’islam in un continente che cambia (pagine 445, euro 25,00) da oggi in libreria per l’Editrice missionaria italiana (en passant: questo titolo purtroppo tradisce il più convincente "Il continente di Dio" originario). Il docente inglese, di confessione episcopaliana ma molto "simpatetico" verso la Chiesa cattolica (ha scritto un pamphlet sull’anti-cattolicesimo come "l’ultimo pregiudizio accettabile" negli Usa), riflette sul futuro di Dio in Europa, in particolare sull’interazione tra flussi migratori, tradizione cristiana e nuova presenza islamica. (intervistra tratta da "Avvenire", 20 ottobre 2009) | Nel suo saggio lei cita lo studioso musulmano Bassam Tibi, che afferma: «O si europeizza l’islam, o si islamizza l’Europa». A suo parere, quale tra le due alternative è la più probabile? «Rispetto molto Bassam Tibi, ma non penso che la scelta sia fra queste due chance. In realtà esistono poche possibilità che l’Europa "diventi" musulmana. Quando ci si immagina tale futuro, si pensa all’attuale rapida crescita demografica dei musulmani e la si proietta nel futuro, ma gli indici demografici non crescono in maniera indefinita. Nel momento in cui gli immigrati assimilano le abitudini europee, il loro indice di natalità crolla nettamente. Inoltre, sotto l’influenza dei loro parenti trasferitisi in Europa, anche i tassi demografici dei musulmani residenti in Paesi come Algeria e Marocco stanno velocemente scemando. Se l’Europa sta diventando sempre più musulmana, ne consegue che una larga parte del mondo musulmano sta diventando più europea, con nuove strutture famigliari e ruoli inediti per le donne. Certamente l’Europa avrà una notevole fetta di popolazione proveniente da Paesi islamici (forse tra il quindici e il venti per cento entro il 2040), ma questa cifra costituisce ancora una minoranza. E non è scontato sapere quali saranno le idee religiose e politiche di quelle persone». È ottimista su una possibile evoluzione "europea" della religione musulmana? «L’islam non ha altra scelta se non diventare europeo, e la principale forza che porterà questo cambiamento saranno i giovani musulmani, in particolare le donne. Quando osservo questo movimento, mi viene in mente l’assimilazione degli immigrati negli Stati Uniti a inizio Novecento, specialmente gli italiani, così diversi dagli americani di vecchia data in tema di religione, lingua e costumi. In seguito si sono fusi in maniera davvero convincente e sono diventati americani iperpatriottici: ma questo cambiamento ha richiesto almeno due generazioni. Non dobbiamo aspettarci che sia più rapido il processo di assimilazione per i musulmani nell’Europa moderna». In alcune élite europee "progressiste" – è la sua denuncia – si annida una curiosa schizofrenia: una grande simpatia per l’islam e una massiccia denuncia del cristianesimo, condita dal malcelato auspicio di una sparizione della Chiesa. «Sì, questa schizofrenia esiste: il cristianesimo è visto come il simbolo stantio di un’Europa vecchia, ma al tempo stesso ci offre così tanti valori dai quali la nostra cultura dipende: ad esempio l’idea di giustizia e libertà, perfino quella di progresso. Per molti anni gli intellettuali hanno guardato all’islam come la religione autentica del Terzo Mondo, mentre il cristianesimo era considerata quella dell’Europa e del Nord America. Nei fatti, il cristianesimo oggi è notevolmente radicato in Africa, in Asia e in America latina, specialmente tra i poveri, ma molti europei non riconoscono tutto ciò. Nel momento in cui hanno a che fare con l’estremismo di alcuni musulmani, gli intellettuali europei capiscono di essersi basati su stereotipi fuorvianti. In Paesi come Inghilterra, Danimarca e Olanda la gente sta di nuovo guardando alle radici cristiane delle idee che hanno costruito le loro società, l’idea di libertà e di individualismo. Certo, ritornare a queste radici non significa odiare o aver paura dell’islam, ma costringe gli europei a pensare di nuovo da dove vengono, e quali sono le loro fondamenta in campo intellettuale ed etico». In "Il Dio dell’Europa" lei guarda con fiducia al futuro delle religioni in Europa, anche del cristianesimo: «Il cambiamento non significa sparizione». Per esempio, riguardo alla Chiesa cattolica, lei cita il concetto di "minoranze creative" ricordato da Benedetto XVI nel suo recente viaggio a Praga. «Quello che è stato perso nella maggior parte dell’Europa non è il cristianesimo, ma il senso che esso sia – in maniera ovvia – la religione di tutti, una sorta di "religione automatica". Le Chiese non possono pensare di poter contare automaticamente sulla gente per i servizi religiosi della domenica. Ma c’è ancora una lunga strada da fare prima di proclamare la morte dell’Europa cristiana, anche di quella cristiana occidentale (le Chiese stanno avendo una fioritura nell’Europa orientale, in Paesi come Polonia e Slovacchia). Si tratta invece della fine di una sorta di grande monopolio, cresciuto in modo pigro perché privo di concorrenti e dimentico dei suoi principali obiettivi. Ma quando il monopolio si rompe, chi fa affari deve nuovamente imparare come conquistare clienti, ovvero come guadagnarsi la loro fiducia». Quali debbono essere le questioni pubbliche più urgenti che queste "minoranze cristiane" devono affrontare? «Le Chiese adesso devono lavorare in maniera più forte in un libero mercato delle idee ed è per questo che i nuovi organismi ecclesiali sono così importanti. Devono guardare all’Europa come un continente di missione, un obiettivo dell’evangelizzazione. In questo esse devono lavorare molto per presentare una prospettiva cristiana su temi sociali e politici, come le biotecnologie. Una delle principali questioni religiose nei decenni futuri sarà nientemeno che la difesa del concetto di umanità in un’epoca in cui la scienza può potenzialmente creare nuovi tipi di umanità e forme semi-umane. Quando l’ingegneria genetica può creare forme di ibridi uomo-animale, o quando le macchine potranno diventare ancora più intelligenti e simili all’essere umano, dove dobbiamo tracciare la linea di cosa è l’umanità? Dove finisce l’uomo? Queste sono domande fondamentali e si tratta di alcuni degli interrogativi nei confronti dei quali le Chiese hanno vaste risorse culturali su cui contare. Le Chiese hanno molti alleati mentre si riformano e ristrutturano, ad esempio i milioni di fedeli cristiani immigrati sparsi in tutt’Europa: cristiani africani e latinoamericani, filippini, etiopi, arabi, indiani e cinesi. Il cristianesimo in Europa sarà molto diverso rispetto a un secolo fa, ma potrebbero essere ancora molto vivace». |