Presentazione |
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I volti del Dio liberatore - vol. 1 di AA.VV. Presentazione all'edizione italiana di Mario Menin La teologia della liberazione in America Latina ha già inserito nella sua agenda il confronto con il pluralismo religioso. A convincerla della necessità di questo nuovo appuntamento teologico è stato il richiamo di alcuni teologi cosiddetti "pluralisti" di altri contesti geografici - come A. Pieris e P. Knitter -, ma soprattutto il dialogo con la sensibilità culturale e religiosa del popolo povero dell'America Latina e il contatto con le religioni e le culture negate degli indios e dei neri. Un grande contributo in questo senso è venuto anche dal fiorire delle teologie "india" e "nera", che alla fine degli anni Ottanta hanno provocato dei mutamenti in campo ermeneutico. Mentre fervevano i preparativi per la celebrazione dei 500 anni della "scoperta-conquista" dell'America (1492-1992), in controtendenza alcuni missionari e teologi si sono lasciati interpellare più radicalmente dall'alterità culturale e religiosa di milioni di indios e neri, instaurando una prassi dialogica con le loro sofferte sintesi spirituali, normalmente ignorate e perfino condannate dalla gerarchia ecclesiastica. Ne derivò un significativo allargamento degli orizzonti teologici, in chiave interreligiosa e "macroecumenica", con un'interessante fusione di prospettive religiose, amalgamate dalla fede nel Dio della vita e dall'impegno per la giustizia, l'uguaglianza e la pace. Così la teologia della liberazione, che fino a quel momento aveva adottato nei confronti della diversità religiosa latinoamericana la stessa critica alla religione della teologia occidentale, si inserisce nel dialogo con le religioni indigene e i culti afroamericani, come pure con le più svariate forme di cattolicesimo popolare. Con una nuova apertura ermeneutica nei confronti delle religioni indigene, di derivazione precolombiana, e delle sintesi spirituali realizzate nei culti di matrice africana, la teologia della liberazione si impegna a fare una nuova esperienza spirituale, promuovendo la "spiritualità del pluralismo religioso". Non si tratta di una rivincita del politeismo, dopo secoli di monoteismo imposto dal potere coloniale ed ecclesiastico, e nemmeno di un ritorno archeologico alle tradizioni religiose dei neri e degli indios, bensì di una nuova esperienza di Dio nell'orizzonte del pluralismo culturale e religioso, percepito appunto come volontà positiva di Dio. La teologia e la missione ritrovano così la via della verità umile, propria del mistero dell'incarnazione del Figlio di Dio che "non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo" (Fil 2,6-7). Non è un caso che i precursori dell'incontro della teologia della liberazione con la teologia del pluralismo religioso siano dei missionari e studiosi, che - come J. Monchanin, H. Le Saux, B. Griffìths in India - hanno cercato di vivere la loro fede cristiana valorizzando la cultura e la religione indigena. In questo libro si fa menzione, tra gli altri, del padre Bartolomé Meliá, che ha vissuto a lungo con gli indios Salumã, del padre François de l'Epinay, che divenne membro del Candomblé della Bahia senza rinnegare la sua fede cristiana, ma anche di una fraternità di Piccole Sorelle di Gesù, che vive inserita in un villaggio di indios Tapirapé. In un'intervista rilasciata qualche anno fa al vescovo Dom José Maria Pires, soprannominato Dom Zumbi (dal nome del famoso schiavo nero che fondò il kilombo di Palmares), padre François de l'Epinay confessava: "Sono venuto a Salvador per fare una ricerca sulla religione degli Orixás. Ho percepito immediatamente che, come ricercatore, non avrei avuto le condizioni per capire molto. Così ho deciso di entrare in un terreiro da iniziato. Da quattro anni sono iniziato. Finora non ho incontrato nulla di contrario alla mia fede di cristiano, nulla di contrario alla mia condizione di sacerdote". La bella testimonianza di François de l'Epinay non toglie tutte le difficoltà sollevate dal pluralismo religioso alla teologia cristiana. La sfida del pluralismo religioso è ardua e complessa. Se ne accorgerà il lettore entrando nel cantiere aperto, con questo libro dall'ASETT-LA (sezione latinoamericana dell'Associazione ecumenica di teologi e teologhe del Terzo Mondo). Non poteva essere altrimenti, considerate le diverse prospettive che arricchiscono la trattazione (l'intolleranza religiosa nella storia latinoamericana, la ricollocazione teologica nella fede indigena, tradizioni religiose afroamericane, teologia femminista, spiritualità del pluralismo religioso ecc. ). I curatori - Luiza E. Tomita, Marcelo Barros e José M. Vigil - sono comunque benemeriti, perché hanno avuto il coraggio di introdurci - passi la metafora - in una miniera interessante, solo parzialmente esplorata e perciò non totalmente illuminata, così da comportare, soprattutto se privi di guide esperte, il rischio di perdersi nel labirinto di gallerie ancora inesplorate e prive di luce sufficiente. Sono almeno tre le questioni che, secondo noi, meritano un'illuminazione più adeguata: a) il fenomeno del sincretismo che, contrariamente all'interpretazione negativa normalmente ricevuta dalla teologia e dalla catechesi, in America Latina viene valutato positivamente, alla stregua dell'inculturazione, in casi di grande portata culturale e religiosa come il fenomeno guadalupano in Messico o il vodù ad Haiti; b) l'unicità e universalità della mediazione di Cristo che, in qualche passaggio e da qualche autore "pluralista" - come P. Knitter -, appare svuotata della sua normatività; e) la natura della teologia del pluralismo religioso che, nonostante le buone intenzioni degli autori latinoamericani, permane nell'ambiguità, oscillando tra una teologia "cristiana" del pluralismo religioso e una non meglio precisata teologia globale", che perde la sua specificità cristiana. Per concludere, ci sembra importante sottolineare la differenza della teologia latinoamericana del pluralismo religioso rispetto alle teologie di altri contesti religiosi, dove il cristianesimo è in minoranza, come in Asia o in Africa. In un continente di empobrecidos (impoveriti), a maggioranza cristiana, la cosa più importante, secondo uno degli esponenti più significativi della teologia della liberazione, Marcelo Barros, è "inserirsi nel modo d'essere pluralista del popolo più "povero" e "apprendere tramite l'inserimento nelle comunità indigene e nere la via spirituale di base per la teologia del pluralismo, cioè la sua radice fondamentale: una spiritualità aperta all'altro e veramente altruista", in buona sostanza, la strada per la teologia del pluralismo religioso è quella già tracciata dalla teologia della liberazione: basta incrociare l'opzione preferenziale per i poveri con la diversità culturale e religiosa del subcontinente. Ne risulterà una teologia "vitacentrica", cioè centrata su un progetto di vita per tutti, il cui criterio ermeneutico è la liberazione dei poveri. È senz'altro un buon auspicio per una teologia che in America Latina sta muovendo i primi passi. Prefazione di Pedro Casaldáliga Tutti noi credenti concordiamo più o meno sul fatto che, con la fede, facciamo riferimento a un solo Essere supremo. Molti di noi si troveranno d'accordo pure sul fatto che facciamo riferimento allo stesso Dio, anche se invocato con nomi diversi: "Il Dio di tutti i nomi", come lo abbiamo proclamato nel primo Incontro Macroecumenico dell'Assemblea del Popolo di Dio, a Quito. Ma quando si tratta di sistematizzare e organizzare dal punto di vista intellettuale, morale e del culto le relazioni o i nuovi legami - la Religione - con questo Dio unico, ci dividiamo, ci allontaniamo e spesso ci scontriamo. Come nemici, e nel nome di Dio. Dio ci unirebbe, la Religione ci separa. Recentemente - dopo molti secoli di distanze e di litigi - si sta risvegliando in alcuni settori dell'umanità religiosa, colpevole per scelte concrete o per omissioni, la consapevolezza del malessere che affligge le religioni. Ed emerge, come una vocazione umana e divina, la volontà inquieta, incerta, ma fiduciosa, di accogliere la sfida mondiale di trasformare in un bene fatto di dialogo e collaborazione il male delle incomprensioni e delle guerre di religione. Una sfida che riguarda praticamente tutte le religioni, ma più concretamente le Chiese cristiane, per la loro traiettoria di missione, spesso colonialista, e per la loro teologia caratterizzata dal dogmatismo, tradizionalmente escludente. L'accusa di "arroganza cristiana", che viene rivolta alla teologia biblico-ecclesiale in relazione alla crisi ecologica, è estesa anche, con troppa frequenza, alla questione del dialogo tra le religioni e a quella del pluralismo religioso, a causa di un'eredità storica ancora presente in molti cristiani. Il Concilio Vaticano II giunse finalmente ad ammettere la libertà di coscienza e riconobbe nelle religioni l'esistenza di spazi di salvezza. Iniziava così un'era di dialogo, non soltanto intraecclesiale o ecumenico, ma anche macroecumenico, cioè tra le Chiese e le religioni. Ancora in tono molto modesto, e con molte reticenze, sotto forma di dichiarazioni generiche e di gesti solenni, più che di una naturale convivenza nello stile dello scambio fraterno. Sono comparsi i teologi pionieri, a volte incompresi e perfino censurati dalle istituzioni ufficiali, che sono sempre restie alla libertà e alla novità. Si moltiplicano i testi, gli incontri, le dichiarazioni sull'argomento. Il dialogo interreligioso, il macroecumenismo, il pluralismo religioso sono ancora questioni aperte, da esplorare. Con l'entusiasmo della novità o con sospetto, il tema si sta imponendo in maniera irreversibile. C'è perfino chi dichiara che è "il" tema del giorno per la riflessione teologica, per via delle implicazioni che comporta. Si tratta, infatti, di un tema complesso e nuovo, che va al di là di tutti gli schemi tradizionali. Basta leggere l'indice di un numero monografico di una rivista per riscontrare che vengono sollevate le principali questioni della religione e della società. Relativizzando ciò che è relativo e assolutizzando l'assoluto: Dio è Dio e l'umanità è il suo "problema" e il suo "sogno". La religione, ci viene ricordato, è una semplice mediazione. Michael Amaladoss, attuale direttore dell'Istituto per il dialogo tra le culture e le religioni di Chennay, Madras (India), insisteva recentemente su un assioma fondamentale per la pace interreligiosa: "La religione è per l'essere umano, non l'essere umano per la religione". Su questa linea di attualità e in tale prospettiva, ci viene proposto questo libro della ASETT-LA (la Commissione teologica della sezione latinoamericana dell'Associazione di teologi e teologhe del Terzo Mondo). Un libro-iniziazione, "per stuzzicare l'appetito". Primo di una serie, in diversi paesi, suscita fondamentalmente le seguenti principali riflessioni, in una prospettiva latinoamericana di teologia della liberazione: - intolleranza religiosa vs. pluralismo religioso; - il pluralismo religioso vissuto dalle teologie indie, afroamericane e femministe; - il dialogo tra la teologia della religione e quella del pluralismo religioso; - la liberazione dei poveri come criterio ermeneutico; - la nuova spiritualità emergente del pluralismo religioso; - pluralismo di principio o di diritto e non soltanto pluralismo di fatto; - un nuovo spirito missionario... Camminare "Verso una teologia liberatrice delle religioni" è l'obiettivo che si pone la serie di libri programmata dalla Commissione teologica della ASETT-LA. Mi sembra elementare e fondamentale evidenziare, sempre all'interno del dialogo interreligioso, il contenuto e l'obiettivo di tale dialogo. Non si tratta di far sedere le religioni in un salotto affinché discutano sulla religione in maniera più pacifica, chiuse in se stesse, narcisisticamente. Il vero dialogo interreligioso deve avere come contenuto e come obiettivo la causa di Dio che è l'umanità stessa e l'universo. E se nell'umanità la causa prioritaria è la gran massa dei poveri e degli esclusi, nell'universo sono la terra, l'acqua e l'aria profanati. La giustizia e l'ecologia, la libertà e la pace, la Vita! Con la testa e con il cuore saldamente ancorati alla realtà, Marcelo Barros scrive: "La via verso la teologia del pluralismo culturale e religioso in America Latina è quella della base, dell'integrazione e della solidarietà. Riprendendo un modo di dire comune quando si parla di pluralismo, questa teologia nuova non è cristocentrica e ancor meno ecclesiocentrica. Sarà vita-centrica, cioè centrata sul progetto di Vita per tutti. E ciò non dovrebbe suonare nuovo a noi che vogliamo seguire Colui che è venuto affinché tutti abbiano la Vita e l'abbiano in pienezza". La religione è per la Vita. Il vero Dio è giustizia, liberazione e amore. Oggi più che mai, è opportuno ripetere con Hans Küng che non ci sarà pace tra le nazioni se non c'è pace tra le religioni, e che non ci sarà pace tra le religioni, se non c'è dialogo tra loro. Va aggiunto che questo dialogo sarà inutile, ipocrita e perfino blasfemo se non farà riferimento alla Vita e ai poveri, ai diritti umani, che sono anche diritti divini. "Le religioni - afferma il vescovo di Algeri Henri Tessier - devono sottoporsi al giudizio della coscienza universale nei loro sforzi di rivelare i diritti umani e promuoverli". Impegnato e politicizzato, per Dio e per i suoi poveri, questo libro vuole essere eco e voce di un fecondo matrimonio che inizia a celebrarsi tra la teologia del pluralismo religioso e la teologia della liberazione. "Molti poveri, molte religioni", titolava José Maria Vigil il suo articolo su un numero monografico della rivista Éxodo, quasi a indicare il filone. Questa teologia, sposata, è quella necessaria e urgente per il Terzo Mondo, la teologia per il mondo globalizzato nel male e nel bene, la teologia del Dio vivo e vivificatore e della nostra unica umanità persa e salvata. La verità è in cammino, come le persone, come la storia, come il Dio vivo che ci accompagna. Non è mia né tua, è nostra o, meglio, noi siamo suoi. Antonio Machado ci avverte: "La tua verità? No, la Verità, / e vieni con me a cercarla...". Per le molte vie di Dio, lungo le quali Egli incrocia l'umanità, creandola, accogliendola, cercandola, procediamo religiosamente plurali, figli e figlie del Dio unico, fratelli, sorelle nella sua famiglia umana. Siamo sempre più coscienti di questa unità fondamentale e della pluralità arricchente con cui possiamo e dobbiamo viverla, sulla via verso la comune Casa paterno-materna. Questo libro sarà una guida utilissima lungo il "cammino". torna alla scheda |