Presentazione
lo Stato ha il diritto di uccidere?
di Tarcisio Agostoni

 
"La legge sulla pena di morte è molto dibattuta nel mondo intero e particolarmente a livello delle Nazioni Unite, dove continuamente si registrano domande sia per l'abbandono delle esecuzioni di chi è condannato a morte come anche per l'abolizione totale di tale legge".
Questo è un passaggio dell'intervento che pronunciai, il 5 febbraio del 1999, ad un incontro delle Nazioni Unite. Si trattava di un incontro preparatorio al dibattito su una proposta di moratoria delle esecuzioni dei condannati a morte per determinati motivi.
Se è vero che la pena di morte è, ai nostri giorni, molto opportunamente messa sempre più in discussione, bisogna anche riconoscere che nel mondo di oggi si uccide troppo e troppo facilmente. Senza saper controllare le proprie emozioni, si arriva ad uccidere per offese di poco conto, e talvolta senza rimpianti. Per non parlare delle stragi e dei genocidi, di cui si è quotidianamente informati, in cui perdono la vita, in modo brutale e selvaggio, persone innocenti e perfino bambini all'alba della loro vita. Il secolo scorso del resto, che ha conosciuto regimi totalitari sanguinari e due guerre di proporzioni mondiali, ha causato la morte di 45 milioni di persone, di cui la metà civili inermi, è sembrato essere preda di una vera "cultura di morte". A tale cultura, o piuttosto, anti-cultura, la comunità internazionale ha reagito con numerose dichiarazioni e strumenti giuridici internazionali in difesa del rispetto dei diritti dell'uomo e in particolare del diritto alla vita. Sono, queste ultime, alcune delle "luci" cui fa riferimento il Santo Padre nella Evangelium Vitae: «Questo orizzonte di luci ed ombre deve renderci tutti pienamente consapevoli che ci troviamo di fronte ad uno scontro immane e drammatico tra il bene e il male, la morte e la vita, la "cultura della morte" e la "cultura della vita". Ci troviamo "di fronte" , ma necessariamente "in mezzo" a tale conflitto: tutti siamo coinvolti e partecipi, con l'ineludibile responsabilità di scegliere incondizionatamente a favore della vita» (n. 28).
"Incondizionatamente a favore della vita", tenendo sempre presente che Dio solo è padrone della vita umana perché questa è una partecipazione misteriosa della sua stessa Vita, del suo Essere infinito che è un Essere di amore. Non solo si deve lavorare incondizionatamente a favore della vita fino a che ciò sia recepito dalle legislazioni di tutti gli Stati. Infatti, c'è ancora chi pensa che, poiché l'autorità viene da Dio (cfr. Rm 13,1), essa ha il diritto di vita e di morte sui suoi sottoposti. Ma tale autorità è sempre limitata da quella di Dio che l'ha formulata nei dieci comandamenti e nella legge naturale "iscritta nei cuori" (Rm 2,15) che dice: "non uccidere". Questo precetto negativo vale per tutti, in tutti i tempi e in tutti i luoghi, come dimostrato dalle scienze antropologiche. La chiesa è accanto a coloro che, sempre più numerosi, dimostrano la loro avversione alla pena di morte anche solo come strumento di "legittima difesa" sociale. Questo "in considerazione delle possibilità di cui dispone una moderna società di reprimere efficacemente il crimine in modi che, mentre rendono inoffensivo colui che l'ha commesso, non gli tolgono effettivamente la possibilità di redimersi" (EV, 27). C'è da compiacersi per il fatto che, come ricorda il Compendio della dottrina sociale della chiesa al n. 405 , un "crescente numero di paesi adotta provvedimenti per abolire la pena di morte o sospendere l'applicazione". È una prova evidente del fatto che i casi in cui è assolutamente necessario sopprimere il reo "sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti" (EV 56). Ciò malgrado, una cattiva o non adeguata informazione dei cittadini circa tale abolizione o sospensione della pena capitale, dando luogo a quella che essi considerano essere una legislazione troppo "permissiva" verso chi si è macchiato di gravi crimini o delle aberranti violenze di massa dei nostri giorni, provoca a volte forti reazioni di senso contrario che, con proposte di reintrodurre la pena capitale in varie parti del mondo, danno vita ad un irrigidimento su tale tema, ad un vero "rigurgito" di intransigenza.
Il volume di p. Tarcisio Agostoni, che mette in discussione proprio tale rigurgito, è benvenuto! Si tratta di una traduzione del suo libro apparso in inglese con il titolo "May the State Kill" (Nairobi, Paulines – Africa, 2002), frutto del suo lavoro fra i condannati a morte nel carcere di massima sicurezza di Kampala in Uganda. Dal 1991, settimana dopo settimana, guardando negli occhi e scrutando nel cuore dei condannati, il p. Tarcisio avendo sperimentato che Dio non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva, come Suo Sacerdote, a Lui si allinea. A chi gli domanda in quale facoltà si è laureato in Legge e Criminologia, il p. Agostoni risponde che la sua università è la prigione e i suoi professori i condannati a morte.
Mi auguro di cuore che tutti leggano con profitto ed interesse questo libro, come se avessero un padre, una madre , un fratello condannati in attesa del perdono o della fine.
Elargisca a tutti, il Buon Dio, la Sapienza del cuore.

Renato card. Martino
Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace

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