Presentazione
Verso una teologia del pluralismo religioso
di AA.VV.

 
Questo libro è come la confluenza di due grandi fiumi. Da una parte la Teologia della Liberazione, nata nel contesto latinoamericano attorno agli anni Settanta del secolo scorso e che, dopo un percorso difficile e fecondo, arriva a una quiete fin troppo placida agli inizi di questo secolo. Dall'altra, la Teologia delle Religioni, nata principalmente in Asia (dal confronto con le religioni storiche dell'India) agli inizi degli anni Novanta e che è ancora attraversata da vorticose, contrastanti correnti.
Notiamo che i due movimenti teologici nascono nel Sud del mondo, in paesi poveri, dove antiche radici cristiane gettano polloni nuovi dopo il Concilio Vaticano II.
Le due "teologie" confluiscono in forza di un'istanza sociale storica, legata al processo di globalizzazione. Nel primo saggio del volume è espressa con grande chiarezza, così: "Un movimento mondiale di liberazione ha bisogno di un dialogo interreligioso mondiale... Il dialogo delle religioni è una delle maggiori urgenze del presente e del futuro, in quanto crea una delle fondamentali condizioni di possibilità della liberazione mondiale. Il servizio principale che le religioni devono oggi rendere al mondo e, concretamente, ai poveri, è quello di dialogare e di trovare la strada della collaborazione positiva per trasformare la società" (Vigil, p. 12).
Nel mondo di oggi, ormai strutturalmente globalizzato, non c'è altra via di liberazione se non una strategia globale. Le religioni devono far parte di questa strategia, per il loro potenziale di trasformazione profonda dell'uomo e della società. Il dialogo interreligioso diventa così una priorità non soltanto, come talvolta si crede, perché le religioni si incontrano e si sfidano nell'attuale contesto di migrazione dei popoli e di confronto fra le varie culture, ma anche e soprattutto perché il mondo di domani, che per la prima volta nella storia si sta integrando in un'unità effettiva, dipende dalla visione che ne orienterà le sorti. Avrebbe un'idea riduttiva, anzi distorta, del dialogo interreligioso chi lo vedesse come una strategia difensiva delle varie fedi o come il metodo soft della loro missione. Esso risponde piuttosto a una domanda comune che esse dovrebbero farsi: qual è il disegno divino sull'uomo sul mondo, al quale le persone di ogni fede religiosa devono oggi sforzarsi di cooperare?
Questa istanza appare decisiva per il futuro dell'umanità e le Chiese cristiane non possono non prenderne atto. Il prenderne coscienza e coglierne tutte le implicazioni teologiche è la forza di questo libro e ne giustifica la diffusione nelle principali lingue del mondo. Ma il fare della stessa istanza il criterio veritativo delle religioni è la sua debolezza. Se infatti le religioni si giustificassero solo per il contributo che portano all'unità del mondo, alla giustizia e alla solidarietà con i poveri della terra, non sarebbero per nulla diverse da un'ideologia anche irreligiosa - atea - che si facesse carico delle stesse mete. Non solo tutte le religioni verrebbero ridotte al loro "minimo comune denominatore", ma non avrebbero nulla di diverso da un umanesimo di alto profilo. Lo riconosce José Comblin, quando al termine del suo saggio afferma: "Dobbiamo mantenere le porte aperte al dialogo con gli atei. I primi cristiani furono condannati come atei. Il dialogo con gli atei è importante per noi quanto il dialogo con le religioni. Bisogna mantenere l'equilibrio tra i due, perché la verità sta nel mezzo, o meglio, a un livello superiore, dove la differenza tra religione e ateismo non si nota più" (p. 64).
L'accento posto sull'urgenza storica del dialogo interreligioso porta all'assunzione di un altro principio che, diventando assoluto, può anche diventare distruttivo: il principio che nessuna religione dovrebbe avere nulla che la ponga al di sopra delle altre, rendendo così impossibile un dialogo "alla pari". Per questa via alcuni degli Autori mettono in discussione alcuni concetti teologici fondamentali. Per esempio i concetti di rivelazione, di elezione, di incarnazione. Perfino quello di monoteismo. Cosa resterebbe dell'ebraismo, del cristianesimo e dell'islam senza questi loro pilastri?
È vero e documentabile che questi concetti sono stati e sono ancora a volte usati strumentalmente per fini di potere assoluto e di sopraffazione imperialista. Ma da questo a pensare, per esempio, che la divinità di Cristo affermata nei testi neotestamentari sia solo una costruzione ideologica corre una grande distanza. Ci sembra, allora, giusto che questo testo provochi uno choc nel mondo religioso dell'Occidente, in particolare nel mondo cristiano - nella misura in cui si può affermare che esiste ancora un mondo cristiano -; ma è altrettanto giusto percorrere vie di più profondo discernimento per non rischiare, come dice un nostro famoso proverbio, di "gettare con l'acqua sporca anche il bambino".
Nell'edizione italiana abbiamo voluto avviare un dibattito rigoroso, e speriamo fecondo, con la post-fazione di Carlo Molari, uno dei teologi più aperti e più liberi nell'attuale panorama europeo, proprio per arrivare a questo "più profondo discernimento". Invitiamo a considerare il saggio di Molari come parte integrale di questo volume.
Riprendendo, allora, l'immagine iniziale, si può dire che oggi, nel rifiorire di un "religioso" che presenta molte e pericolose ambiguità, la confluenza fra Teologia della Liberazione e Teologia delle Religioni rappresenta un fatto positivo, anzi una necessità storica. Ma dove andrà a finire il nuovo fiume teologico, che nasce da questa confluenza, è ancora tutto da scoprire.

Editrice Missionaria Italiana

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