Presentazione
Gesù e l'impero
di Horsley Richard A.

 
Gesù e l'impero appartiene a una collana di testi attenti a cogliere i legami e le implicazioni esistenti tra l'esegesi delle scritture cristiane e la riflessione sulle prassi di liberazione. Le prospettive, i pregi e i limiti di tale serie di studi sono già stati evidenziati e recensiti. All'interno di questa collana il presente volume di Richard Horsley svolge uno studio storico-biblico sulla relazione tra Gesù e l'impero romano, in vista soprattutto di un'interpretazione dell'odierna politica statunitense, che da molti osservatori viene qualificata come imperialista.
Il libro nasce, come dichiarato in modo esplicito, da un senso di insofferenza che l'Autore avverte per "essere oggi, più simili alla Roma imperiale che non all'antica stirpe mediorientale che celebrava le proprie origini nella liberazione ad opera di Dio da un duro asservimento a un padrone straniero, e viveva secondo i principi della giustizia (...) fondata sull'alleanza" (p. 14). L'approccio ai testi scelto dall'Autore vuole, dunque, confrontarsi con il disagio provocato da quella che lui chiama la "nostra identità imperiale" (p. 185).
A partire da questa condizione l'Autore compie una lettura analogica che fa corrispondere tout court l'impero romano all'impero statunitense e in base a questa analogia egli svolge una lettura della situazione contemporanea. Ci pare opportuno sottolineare l'eccessiva velocità di quest'operazione che può indurre il lettore a un errore di prospettiva sovrapponendo, senza mediazioni, concetti e concezioni odierni a una realtà antica caratterizzata da altre categorie interpretative. Nonostante Horsley critichi una parte degli studi in materia per aver proiettato concezioni di oggi sul passato, ci sembra che anche lui arrivi a compiere questa medesima proiezione.
Il salto interpretativo prodotto da questa analogia troppo diretta risulta scarsamente compatibile coi criteri storico-teologici necessari per la lettura della Bibbia. Il discernimento evangelico della situazione odierna pare, infatti, decisamente più complesso. In proposito non sembrano condivisibili le seguenti scelte dell'autore: la selezione delle fonti come avviene con l'utilizzo - spregiudicato - della cosiddetta fonte Q; la riduzione in chiave anti-imperialista romana di tutto il Nuovo Testamento; la ricostruzione unilaterale del rapporto tra Gesù e i movimenti di resistenza; la trattazione sommaria delle cause del processo e della condanna di Gesù; la trascuratezza della fondamentale dimensione teologica della morte di Gesù; la lettura riduttiva del senso della predicazione paolina.
Nonostante questa - doverosa, a nostro avviso - critica riguardante i metodi e le conclusioni della ricerca, non possiamo non riconoscere che Horsley mette in evidenza nodi interessanti, che possono sollecitare riflessioni non necessariamente speculari alle sue, ma che ci sembrano importanti. Il primo elemento di rilievo è il tentativo di leggere la Bibbia in maniera contestuale. L'esegesi è consapevole da tempo che tale approccio non è l'unico possibile e che necessita dell'integrazione di altri modi di lettura, tuttavia il confronto tra la parola rivelata della Scrittura e la situazione drammatica delle moltitudini dei poveri rimane del tutto necessario. Lo stesso Magistero sottolinea l'importanza della custodia e della cura dei poveri per una adeguata comprensione del Vangelo. Si tratta di leggere il Vangelo e vivere la Chiesa tenendo conto non solo della necessaria solidarietà con i piccoli, ma ancor più onorando il mistero della presenza del Cristo nei poveri. In altri termini, si può dire che nell'evangelo i piccoli non sono solo oggetto della carità, ma sono "luogo" di rivelazione della logica del regno di Dio, fino a giungere all'identificazione del Messia con i suoi fratelli più piccoli e indifesi.
In tale contesto emerge anche l'attenzione alle dimensioni comunitarie e sociali del cristianesimo, sia per quanto riguarda l'essenziale caratteristica comunitaria della rivelazione cristiana, che esclude ogni interpretazione individualistica e privata dell'evangelo, sia per quanto riguarda l'intimo collegamento, in bene e in male, tra le azioni e le responsabilità dei singoli e le dimensioni più ampie e strutturali della vita dell'uomo. La Bibbia propone, infatti, una considerazione dell'uomo come un essere essenzialmente posto all'interno di una trama di relazioni plurali: pare quindi condivisibile l'idea che non è possibile svolgere alcun discorso "cristiano" senza tenere conto di tale dimensione relazionale e sociale dell'umano.
L'Autore si propone, in modo particolare, di rimediare a quella che lui descrive come la "spoliticizzazione" di Gesù (pp. 15- 22). Secondo Horsley, all'interno di questa sottrazione di incidenza politica il messaggio cristiano rischia di essere prima svuotato della sua riserva critica e poi utilizzato per una sorta di difesa dello status quo politico e sociale. La stessa ricerca sul Gesù storico non è immune secondo l'Autore dal tentativo, svolto da alcuni studiosi, di rilettura del tema in chiave stemperata, individualistica e, di fatto, intimistica.
Al di là del rimedio proposto dall'autore a tale spoliticizzazione, ci pare importante, sulla scorta di ormai consolidate affermazioni teologiche e magisteriali, sottolineare che il messaggio cristiano è strutturalmente posto in tensione rispetto alle impostazioni e alle scelte della politica. La politica implica, infatti, una comprensione, più o meno esplicita, della vita dell'uomo, del suo vivere associato e, quindi, degli ideali e degli orizzonti che animano queste realtà. In una riflessione ispirata all'antropologia biblica la politica non può, quindi, essere mai ridotta a una logica solo procedurale, a una sorta di regolamento di condominio, privo di etica e di ideali, utile solo a un'operazione di problem solving. L'affermazione evangelica "date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio" pone un seme efficace di distinzione e, irriducibile, tensione tra la sfera del profano e quella del sacro, tra la vita della polis e la memoria critica della fede cristiana, tra la politica e l'annuncio del Vangelo. Il Vangelo mostra che nessun potere può venire più sacralizzato e rivendicare l'esclusiva della "traduzione" storica e politica della volontà di Dio.
Per concludere siamo convinti che l'importanza di una riflessione impegnata nella ricerca della giustizia e della pace, l'appello evangelico alla conversione dei costumi e degli stili di vita, la necessaria resistenza contro le strutture inique siano del tutto primarie, non debbano essere mai date per scontate e, anzi, siano da marcare oggi sempre con più impellenza e forza. Pertanto invitiamo a leggere questo studio, nonostante i limiti che abbiamo evidenziato, proprio per affermare che queste prospettive essenziali hanno bisogno di fondamenti maggiori e più attento studio sul terreno della ricerca storica e biblica. Ricerca richiesta proprio dall'urgenza dell'invito evangelico alla conversione - e alla salvezza - e dalla situazione di vera oppressione di grandi moltitudini di uomini.

Elisa Dondi, Fabrizio Mandreoli


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