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Solidarietà indifesa di Paola Springhetti Presentazione di Stefano Trasatti Questo libro parla di comunicazione e giornalismo, ma non parla ai giornalisti. I suoi primi destinatari sono gli uomini e le donne delle associazioni del volontariato, del terzo settore, del non-prof́t: di quel mondo coś eterogeneo che ancora non condivide (e non lo farà ancora per molto) una definizione univoca. Paola Springhetti lo conosce come pochi, e lo ama oltre la retorica un po' falsa che spesso lo circonda. Ne fa parte da anni, lo studia, ne segue le lente evoluzioni. E, cosa non facile, riesce a gettare su di esso uno sguardo d'insieme. È lo sguardo del giornalista, disilluso e mai rassegnato, che qui fa da voce narrante e ci guida nell'analisi della comunicazione moderna. Un giornalista ibrido: professionista e volontario, realista e sognatore, pragmatico e rivoluzionario, imparziale ma non indifferente. Questo prototipo del redattore sociale si era presentato per la prima volta nel 1994 alla Comunità Capodarco, e da allora vi si ritrova ogni anno, per tre giorni, insieme a tanti colleghi e a qualcuno del "sociale" con cui cerca un riferimento e un linguaggio comune, con cui condivide progetti e frustrazioni. Sono stato uno dei promotori del seminario di Capodarco (e poi dell'agenzia di stampa che dal 2001 ne ha preso il nome); porto con me l'orgoglio del clima e dell'intensità così particolari che lo distinguono, ma so che sarebbe uno sbaglio idealizzarlo come fosse l'Arcadia. Perché è amaro constatare come Capodarco sia tuttora uno dei pochissimi luoghi in cui i giornalisti parlano di sé stessi in presenza di "estranei". Il giornalismo è uno dei mestieri intellettuali più difficili: non ha un corpus condiviso di nozioni e di principi, non ha nulla di simile a un giuramento di Ippocrate; il suo peso nella vita collettiva è forte ma non si sa quanto, così come il suo presunto potere; è una professione di élite,eppure mai come negli ultimi anni ha perso prestigio. Ragioni sufficienti a generare un dibattito permanente all'interno della "categoria". Eppure nulla. Il giornalismo odia mettersi in discussione, sia in pubblico che al suo interno. Parole come responsabilità, autoregolamentazione, etica, diritti (anche dei giornalisti stessi) sono bandite o pronunciate solo in modo vuoto, rivendicativo, spesso inutile. Forse è questo il motivo per cui Paola Springhetti ha scelto esplicitamente di non parlare alla "categoria". Il contributo che sembra voler dare è per una alfabetizzazione dei responsabili del mondo cui si rivolge: su come comunicare meglio, certo, ma in particolare su come capire i meccanismi della comunicazione. Condivido la speranza implicita, contenuta nel libro, che acquisire queste competenze serva a costruire una specie di nuova controparte per il giornalismo. La professione ha bisogno di un soggetto disinteressato (al contrario dell'economia e della politica, quelle sì controparti molto invadenti), con cui confrontarsi senza timore. Nel sito dei seminari di Capodarco si legge: "È proprio a partire dalla conoscenza e dalla sensibilità verso gli 'ultimi' che si può invertire la tendenza a un'informazione sempre più elitaria nei contenuti e sempre più spettacolarizzata nelle espressioni". Sarebbe l'unico interesse di questa controparte; vale la pena tentare, no? Ma chi è il redattore sociale? Anzitutto non è un marziano, né un idealista e nemmeno uno che si occupa necessariamente e solo di temi sociali: che tratti di finanza o di sport, di cronaca nera o di politica, è attento a considerare gli aspetti che chiamano in causa i cosiddetti soggetti deboli; cura il linguaggio senza cadere in alcune ipocrisie del politically correct; è onesto e cerca di non abusare mai della posizione di relativo potere che gli dà la professione. È poi un giornalista che aspira continuamente a migliorarsi. Il cinico non è adatto a questo mestiere, ci ha detto Ryszard Kapuscinski. Forse non è adatto nemmeno chi troppo spesso si sente appagato, che stia chiudendo un articolo o stia valutando la propria carriera. Lo studio, la curiosità, la continua ricerca di una fonte in più dovrebbero essergli strutturali. Insieme alla disponibilità al lavoro. Eppure pochi condividono l'altra affermazione del giornalista polacco, secondo cui questo mestiere si fa 24 ore su 24: non credo pensasse a una specie di martire, ma certo chi fa il giornalista non può permettersi di "accendere il cervello" solo nelle ore del lavoro d'ufficio (sempre che abbia un ufficio, e non sia uno dei sempre più numerosi precari di questa professione). Il redattore sociale è uno che accetta di coinvolgersi con ciò che racconta, specie quando incontra quelli che abbiamo chiamato mondi sconosciuti: fenomeni e persone a volte sgradevoli, che possono metterci a disagio per il solo fatto di porre in discussione i nostri schemi; quei mondi "incomprensibili" che più o meno esplicitamente reclamano attenzione, sensibilità, capacità di ascolto. Il redattore sociale sa mettersi "nei panni dell'altro", eppure salvaguarda la sua professionalità, la sua imparzialità di fondo. In che modo? È uno dei grandi temi che la "categoria" dovrebbe codificare, e potrebbe farlo partendo dai tanti cronisti italiani che dimostrano ogni giorno come ciò sia possibile. Infine il redattore sociale è uno che non si nasconde dietro gli alibi dichiarati da molti di coloro che svolgono questa professione quando sono messi in discussione: "abbiamo poco tempo", "facciamo quello che vuole la gente", "siamo espressione della società in cui viviamo", "non possiamo essere tuttologi", "le buone notizie non fanno notizia"... Demolire questi alibi, sgombrare il tavolo dalle diffidenze reciproche, conoscersi a vicenda per diventare tutti un po' migliori della media. Ecco la possibile piattaforma di quel confronto tra giornalisti e mondo del sociale che Paola Springhetti suggerisce. Il suo libro aiuta a riflettere sul ruolo avuto finora dal sociale dentro il grande flusso della comunicazione, sugli errori commessi, sulle peculiarità da salvaguardare. Un buon punto di ri-partenza per lasciare sullo sfondo la cronica immagine di alternativismo e marginalismo ed entrare nel dibattito pubblico da protagonisti. Introduzione In una polverosa stanza abbandonata da tempo, è stato trovato uno scatolone contenente vecchi ritagli di giornale raccolti in cartelline riciclate, fax semiscoloriti, comunicati stampa un po' spiegazzati. In mezzo a questo mucchio di carte c'era un dischetto di computer, con un'etichetta che riportava la scritta: "Giornalisti di serie B - esperienze ed appunti". Incuriosite, le persone che ripulivano la stanza per consegnarla al nuovo affittuario, decidono di non buttarlo via. Ma poi, evidentemente, se ne dimenticano: il dischetto rimane abbandonato alla polvere, finché il nuovo impiegato, che ha preso possesso della scrivania su cui era stato posato, lo ritrova. Anche lui stava per buttarlo via, ma poi ha pensato di consegnarlo al portiere, nel caso qualcuno dei precedenti utilizzatori dell'ufficio fosse passato di lì. Così, dopo un certo numero di passaggi che è inutile ricostruire, il dischetto è arrivato a me. "Giornalisti di serie B - esperienze ed appunti" è un po' un diario, un po' una riflessione, un po' lo sfogo di un redattore di una rivista edita da un'organizzazione di volontariato. Non so il suo nome né che fine abbia fatto dopo che la testata in cui lavorava è stata chiusa, ma mi sembra che il suo testo mostri qualche aspetto interessante. Perciò ho corretto qualche refuso, messo qualche titoletto e inserito notizie e riferimenti a dati più recenti. Per il resto ho pensato di pubblicarlo tale e quale ma con un nuovo nome "Solidarietà indifesa". Quello che avevo tra le mani, infatti, era qualcosa a metà tra un testo sull'informazione nel sociale, e un racconto dell'esperienza dentro l'informazione sul sociale. Il nostro redattore, evidentemente, aveva fatto esperienze professionali diverse. Era un freelance, o un precario che dir si voglia: come succedeva a molti giornalisti, che dal lavoro dentro il terzo settore non guadagnavano abbastanza, svolgeva, in certi periodi, due o più lavori contemporaneamente, accumulando collaborazioni di vario tipo, mentre in altri periodi sopravviveva come poteva. Aveva comunque vissuto entrambe le esperienze del "redattore sociale": quella di chi lo fa dentro una testata del terzo settore e quella di chi lo fa dentro una testata profit. Due esperienze profondamente diverse, per possibilità offerte, prospettive e soddisfazioni (comunque scarse, in entrambi i casi). Negli anni Ottanta e Novanta, il giornalista che si occupava di sociale in redazione era soprannominato "quello delle sfighe". Gli altri intervistavano politici, imprenditori, registi, filosofi, scrittori; lui intervistava (quando ci riusciva) rom, tossicodipendenti, ex prostitute, immigrati clandestini. Gli altri contrattavano con cortesi ed eleganti uffici stampa e partecipavano a centralissime conferenze stampa con buffet finale; lui contrattava con volonterosi ma inefficienti gruppi di volontariato che di comunicazione non sapevano nulla, e partecipava a periferiche conferenze stampa alla fine delle quali correva il rischio di vedersi chiedere un'offerta per le attività dell'associazione... E se proprio si dovevano perdere ore per raccogliere la dichiarazione di Tizio o Caio, gli altri avevano almeno la soddisfazione di vedere la propria faccia o il proprio nome in qualche modo accostato a quello di uno che contava; mentre lui perdeva ore per riuscire a strappare due parole difficilmente comprensibili a un homeless un po' bevuto... Poi, per la nota tendenza alla sintesi che caratterizza il linguaggio giornalistico, i redattori sociali da "quelli di serie B" diventavano facilmente "gli sf́gati", facile oggetto di più o meno benevolo "scherno" nelle mense aziendali e nelle pause caffè. Anche fra i redattori sociali, comunque, non regnava l'uguaglianza. Ci sono sempre stati quelli di serie A, cioè quelli che si occupano di sociale all'interno di una grande testata, e quelli di serie B, cioè quelli che si occupano di sociale all'interno delle testate della società civile (che, per quanto grandi, sono sempre piccole). Questi ultimi, oltre a occuparsi di temi considerati generalmente secondari, godevano di stipendi altrettanto secondari e lavoravano in condizioni di continua emergenza. Oggi l'immagine dei giornalisti che si occupano di sociale è leggermente risalita nella hit parade degli immaginari collettivi delle redazioni, ma rimane a una significativa distanza dalle vette. Anche chi fa giornalismo nelle testate della società civile gode di qualche piccola considerazione in più, ma, dai professionisti potenti e garantiti, continua ad essere considerato di serie B. Il fatto che lui invece abbia (come vedremo) un'alta considerazione di se stesso, è magra consolazione. torna alla scheda |