Presentazione
A sud della salute
di Massimo Ruggero

 
Nella particolare congiuntura sociopolitica che stiamo vivendo, la comunicazione assume una valenza sempre più rilevante, specie quando si chiamano in causa i temi dello sviluppo planetario, le comunità straniere e i delicati meccanismi che coinvolgono le famiglie, la società e i complessi modelli dei sistemi sanitari locali. La "dimensione" della salute è infatti un elemento chiave nell'analisi dei sistemi di vita e nella determinazione dei diritti di cittadinanza: salute e malattia sono sovente il punto di arrivo di storie individuali caratterizzate troppo spesso da molteplici dimensioni della disuguaglianza.
È senz'altro corretto affermare dal punto di vista storico-sociale che il XX secolo ci ha consegnato un corpus legislativo internazionale consolidato di diritti umani, definiti e riconosciuti nelle numerose conferenze, trattati e accordi; e il concetto stesso di "diritti umani" è ormai incorporato nelle strategie globali di promozione della salute stessa. Nonostante ciò, i mezzi di comunicazione risultano oggi responsabili di drammatici ritardi nell'aggiornare non solo i linguaggi e gli stili narrativi, ma anche lo stesso punto di vista rivolto a fenomeni e a realtà di difficile conoscenza e "restituzione" al pubblico. Pertanto, oltre a una disintegrata disinformazione, s'innescano di fatto pericolosi preconcetti che portano troppo spesso al limitante fenomeno della stereotipizzazione mediatica.
Va tuttavia ricordato che il principio dei diritti umani ha rappresentato una svolta rispetto al concetto di "bisogno", da cui è derivato un formidabile riposizionamento delle finalità delle azioni e anche della natura stessa delle responsabilità istituzionali. Al centro ora sta la persona che, in quanto titolare di diritti, impegna direttamente l'obbligo dei leader politici e delle lobby farmaceutiche a garantirli. Ma se tutto questo è vero e rappresenta uno straordinario punto di forza per la speranza e la promessa di uguaglianza e libertà per tutti, è altrettanto vero che la violazione dei diritti umani persiste e in particolar modo proprio in campo sanitario, dove il diritto alla cura è pesantemente subordinato alle possibilità economiche di chi può avere accesso alle cure stesse. Si affacciano così scenari planetari di grave arretramento, con aumento delle povertà e delle disuguaglianze, delle discriminazioni e delle oppressioni. Nuove guerre e conflitti, il terrorismo internazionale, l'acuirsi di spinte fondamentaliste, regimi a impronta autoritaria, gli effetti di una globalizzazione distorta e perversa diventano le cause principali del peggioramento delle condizioni di vita di milioni di persone, primi fra tutti donne e bambini del Sud del mondo. Se poi a tutto ciò aggiungiamo anche l'impossibilità di accedere ai servizi sanitari o più semplicemente alla fruizione più ampia dei farmaci generici, ecco spiegato perché si deve cambiare direzione allo sviluppo.
Scopo di questo importante lavoro di Massimo Ruggero è pertanto quello di riflettere sulla dimensione di "genere" della salute, individuando anche le macrocause dell'esclusione e dei diversi tipi di approccio alla malattia in rapporto a due obiettivi fondamentali: offrire innanzitutto concreti esempi di ricerca tratti dagli apporti delle medicine e delle culture tradizionali sui temi della salute, con particolare riferimento a specifici contesti industrializzati occidentali; porre poi a confronto paesi sviluppati e paesi del Sud del mondo. Nello specifico, i medici e i curatori tradizionali che, utilizzando diversi approcci metodologici, esplorano modelli interpretativi per noi atipici che intervengono nello stato di salute e nei percorsi di malattia; come pure le origini sociali delle patologie, cioè le cause - ma anche le conseguenze - del loro malessere in un'ottica di squilibrio totale, oltre che la relazione tra stato di salute, lavoro di cura e contesto sociale. Non ci sorprendano quindi i dati che rivelano a livello planetario anche e soprattutto un diverso empowerment sanitario per donne e bambini. Nonostante le sanzioni contro i matrimoni precoci, nei prossimi dieci anni si calcola che si sposeranno oltre 100 milioni di ragazze minorenni. Inoltre, 14 milioni di donne tra i 15 e i 19 anni mettono al mondo un figlio e i figli di queste ragazze corrono un rischio 60 volte maggiore di morire entro il primo anno di vita. Ogni minuto una donna muore per gravidanza e parto per un totale di 500mila all'anno.
La tesi centrale del libro diventa a questo punto l'importanza dell'interconnessione tra condizioni di salute e disparità di genere nella distribuzione delle risorse materiali e simboliche nelle due sfere tra le quali vengono individuati gli interventi curativi (famiglia/gruppo di appartenenza e sistema di welfare). In effetti, sulle condizioni di salute e sulla stessa speranza di vita giocano un peso rilevante - accanto a fattori "macro", quali le complessive condizioni sociali o la "qualità" del sistema sanitario locale, e alle caratteristiche genetiche individuali - le concrete condizioni di vita dei soggetti, determinate in primo luogo dalla loro collocazione socioeconomica e dal loro inserimento nei rapporti di potere, sia all'interno del sistema sociopolitico complessivo che negli ambiti della quotidianità e della vita privata.
La svolta verso le urgenti necessità delle persone povere e svantaggiate e verso le cause sociali che hanno determinato le malattie, fu avviata negli anni Sessanta e Settanta con la scelta di programmi sanitari di tipo comunitario, con le forme partecipative di assistenza e con l'enfasi sulla prevenzione e su cure di base raggiungibili da tutti. A confermare questa linea stavano le esperienze di buona salute a basso costo compiute nello stato indiano del Kerala, nello Sri Lanka, in Costa Rica e a Cuba. Esse dimostravano che la salute può progredire anche dove il reddito procapite non è alto, purché questo obiettivo sia sostenuto dall'impegno dello stato e della comunità e da un'adesione delle professioni sanitarie alla creazione di servizi diffusi, qualificati e accessibili, mirati a diffondere l'istruzione di base e ad affrontare alla radice situazioni sociali che provocano o accrescono le malattie.
Su queste basi Halfdan Mahier, allora direttore generale, propose nel 1976 all'Assemblea Generale dell'OMS un'idea utopica, ma assai mobilitante: la salute per tutti nell'anno Duemila. La priorità dell'assistenza di base (primary health) fu accompagnata da un esplicito riferimento alle causae causarum: "L'obiettivo implica la rimozione degli ostacoli alla salute, cioè l'eliminazione di malnutrizione, ignoranza, acqua contaminata, abitazioni malsane, che sono importanti quanto la soluzione dei problemi medici".
Il 1978 segnò, tuttavia, al tempo stesso il trionfo e il declino di questi orientamenti: la Conferenza di Alma Ata, con la presenza di oltre tremila partecipanti e di 67 organizzazioni internazionali, rilanciò al mondo la proposta di Mahier; ma negli stessi anni il mondo sarebbe diventato un altro. Cambiava e cominciava l'era del neoliberismo: una corrente di pensiero e d'azione propensa a considerare la salute come fonte di investimenti economici, a criticare la sanità pubblica come un ostacolo all'iniziativa privata, a trascurare il valore dei beni comuni, a spostare il quadro di comando dall'OMS ad altre agenzie internazionali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l'Organizzazione Mondiale del Commercio.
In questo modo, a partire dagli anni Ottanta l'obiettivo della salute per tutti scomparve quasi dall'orizzonte politico. All'idea che essa può essere un fine dello sviluppo, un moltiplicatore delle risorse umane e una priorità dell'impegno pubblico, si è opposta quasi ovunque un'altra idea, quella che i sistemi universali di salute fossero solo un peso per le finanze degli stati e un ostacolo per la crescita della ricchezza. La giustificazione morale di questi orientamenti è stata, nel migliore dei casi, la certezza dogmatica che la congiunzione virtuosa tra il progresso scientifico e il libero mercato avrebbe gradualmente esteso i propri benefici verso tutti, cosa che in realtà non si è mai verificata.
Nella confusione di teorie e opinioni e nella totale disinformazione nei confronti di temi complessi e di difficile approccio e comprensione, per ovviare comunque all'ignoranza generale e alla vulgata ruminazione di luoghi comuni anche sui temi geoantropologici più complessi, l'Educazione allo sviluppo, e in particolare l'Educazione alla sanità, si pone oggi come una delle discipline che reclamano maggiore spazio, modernizzando e proponendo nuove metodologie di approccio e di comunicazione formativa per insegnanti, giovani e cittadini. Essa propone infatti un tipo di educazione capace di tener conto della natura globale dei problemi e di preparare le nuove generazioni a giocare un ruolo attivo nei processi di veloce cambiamento, promuovendo valori come pace, giustizia sociale, consapevolezza ambientale, nonché atteggiamenti cooperativistici e socialmente attivi. Parametri, questi, che dovrebbero inquadrare ogni processo di sviluppo che transiti attraverso un percorso di diritto e di solidarietà, quasi un manifesto obbligato di un nuovo "umanesimo sperimentale" per il terzo millennio. Un'attitudine, che vuole tutti gli uomini liberi, con il diritto alle proprie culture, nel rispetto della vita e della sicurezza sociale e sanitaria della persona.

Francesco Surdich

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