|
LA GIORNATA DI SIDI E KARISA
Presentazione
Che l’Africa sia una miniera di musica a cielo aperto è realtà ormai assodata.
Quello keniota è uno dei filoni meno conosciuti, anche se vanta musicisti del
calibro di Suzzana Owiyo e George Ramogi. Ognuna delle numerose etnie del
Kenya possiede una propria tradizione musicale, basti ricordare il genere benga
inventato dai Luo o il pop swahili. Le loro musiche scorrono accompagnate da
torrenti di percussioni e da virtuosismi ricavati, spesso, dai pronipoti di strumenti
ancestrali. I musicisti che troviamo nel primo cd (Il racconto e le canzoni originali)
hanno un personalissimo tratto unificante: la voce. La madre di tutti gli strumenti,
capace di battere il tamburo e suonare la chitarra, di essere melodia e dissonanza,
urlo e pianto, rumore e suono. Capace di essere ritmo ed emozione. Musica. Musica che
arriva dalle voci di artisti sconosciuti, la cui storia scorre lontano da palcoscenici e lustrini.
È il caso di Sidi Kahindi, che ha cantato una ninna nanna mentre allattava il suo bimbo, al
riparo di una capanna in modo da poter registrare il brano senza rumori.
Karisa Alfred Kahindi,
fratello di Sidi, compositore di brani di hip hop, e Gladys Kiraga, studentessa che, necessitando di
coristi, ha assoldato mamma, zia, nonna e un’amica. Katoto Katoto, invece, è una band di bambini
che vivono in un villaggio vicino all’aeroporto di Malindi. Swaleh Mwatela Masai, il loro insegnante
di musica, è una sorta di stregone in grado di fare il musicista, il coreografo e il terapeuta.
Nzingo Fondo
Shutu, bellissima voce e splendida danzatrice, è una delle poche donne in grado di sopravvivere in Kenya
facendo come professione la cantante e la ballerina. Zuzani Matata Samueli è l’insegnate della scuola materna
Tumaini a Timboni, un sobborgo di Watamu. Per il suo lavoro non riceve uno stipendio, e si sostenta con le
quote che non tutti i genitori dei 50 bambini iscritti riescono a pagare ogni mese, tolto l’affitto dei locali, il
gesso, qualche matita e qualche quaderno per i bambini che non ce l’hanno… Interpretazioni, le loro, in grado
di farci ricordare che la storia delle voci è la storia dell’uomo: nessun altro strumento possiede la stessa gamma
di chiaroscuri in collegamento diretto con quella parte di noi che siamo soliti chiamare anima.
A questi artisti kenioti fanno da controcanto, rienterpretando e reinventando le loro canzoni nel secondo cd (Le
canzoni originali e in italiano), musicisti italiani e non solo, che artisticamente – e come storia professionale
– hanno in comune solo la curiosità e la voglia di mettersi in gioco. Due valori molto importanti in un mondo
che è solito ragionare solo in base al cachet (che per questo lavoro è totalmente inesistente).
Roy Paci, artista
onnivoro per passione e scelta artistica, accompagnato dalla sua inseparabile tromba ed Eugenio Finardi,
che dalla mamma – cantante lirica americana – e dal babbo – apprezzato tecnico del suono – ha ereditato una
passione musicale senza confini. Una passione che ha ovviamente trasmesso a Francesca, la figlia undicenne
che qui lo accompagna suonando il violino.
L’elegante Cristina Donà, un’artista così raffi nata da aver intrigato
quel genio artistico che risponde al nome di Robert Wyatt, e Luca Gemma, autore di documentari musicali
che raccontano quotidianità fatte non solo di sentimenti. L’Orchestra di via Padova, un combo formato da
strumentisti le cui carte d’identità segnalano luoghi di nascita che coprono mezzo mappamondo (sopra e
sotto l’equatore) e la cui attuale residenza è in un’arteria milanese con un tasso di multietnicità così alto che
il governo ha deciso di mandarci un drappello di militari per «calmare le acque». I Canto Antico, una crew
di sei musicisti che ha una missione precisa: la diffusione sul territorio delle culture di tradizione orale del
Sud d’Italia. I Têtes de Bois, band romana che è solita trasformare il pulmino con cui gira l’Europa in un
palcoscenico dove presentare en plein air le sue canzoni, e i Vallanzaska, un gruppo in levare che ha trovato
le good vibes sulle rive della Martesana. Il Parto delle Nuvole Pesanti, band calabro-felsinea che vanta il
nome più poetico della storia del rock italico, e i Selton, una band brasiliana che dopo aver perso la testa per
le ballate sghembe di Enzo Jannacci, ha perso l’indirizzo della casa di Porto Alegre e cerca un loft a Porta
Ticinese. La vulcanica Banda Osiris, un gruppo che sta alla storia della musica come i fratelli Marx stanno
a quella del cinema. Flavio Pirini, promessa mantenuta del nuovo teatro-canzone. Yalda, colta musicista
iraniana, dotata di una voce che non si riesce a dimenticare, che in Italia si è innamorata di Fabrizio De Andrè
e Henri Olama, intellettuale camerunese che non è dovuto venire in Italia per innamorarsi di Francis Bebey.
E, sempre dall’Africa, arrivano gli avi di Moncia Small, «l’Anita Ekberg» della musica lirica afro americana,
nota al pubblico televisivo per le apparizioni nella trasmissione di Piero Chiambretti Markette. È dalla Turchia
invece che arriva Deniz Unel: una bambina che studia per diventare la Sezen Aksu del domani. Nel frattempo
ha partecipato allo Zecchino d’Oro dove ha guadagnato la piazza d’onore. Forse Quarantaquattro gatti non
è un loro cavallo di battaglia, ma i Piccoli Cantori di Milano sono un ensamble di giovanissimi vocalist che
sbancherebbe X Factor senza alcuna difficoltà. Un dream team che nessun direttore artistico ha mai pensato di
assemblare, ma che, forse proprio per questo, riesce a segnare un goal da antologia nella fondamentale partita
della conoscenza dell’altro…
CLAUDIO AGOSTONI
Giornalista e critico musicale
torna alla scheda
|