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VITE SENZA PERMESSO
Introduzione
Il venditore ambulante è il primo lavoro che la maggior parte dei migranti, spesso dissanguati e sfiniti dai viaggi della speranza, può fare per
sopravvivere. L’unico possibile senza conoscere una lingua, senza avere il permesso di soggiorno. Lo fanno perché "clandestini", cioè senza
documenti in regola. Possono essere fermati ed espulsi dall’Italia in ogni momento. È sufficiente il solo sospetto di aver turbato l’ordine pubblico (sanatoria
Dini del novembre 1995). Una volta in Italia, le esperienze lavorative, i titoli di studio, le lauree conseguite nei loro paesi non valgono niente. Da decenni,
associazioni di categoria e commercianti fanno la guerra, invece che agli ipermercati, ai venditori ambulanti stranieri, senza permesso o con permesso, con licenza o
senza licenza, perché considerati concorrenti sleali anche quando pagano le tasse, il capro espiatorio, i colpevoli della crisi economica.
Da alcuni decenni, molti politici, quasi tutti i media e una parte crescente dell’opinione pubblica li indicano come la causa principale dell’insicurezza sociale, nonostante i numeri dicano il contrario (come nei Dossier statistici sull’immigrazione, curati ogni anno dalla Caritas).
Dopo l’annuncio del "pacchetto sicurezza" da parte del governo Prodi e le prime mosse del governo Berlusconi risultano aumentati in tutta Italia i controlli,
le persecuzioni, le verifiche e i sequestri di merce. Sulla riviera adriatica si sono mobilitati addirittura gli elicotteri dei carabinieri e dell’esercito per tenerli
lontani dalle spiagge.
Il nuovo reato di clandestinità introdotto dal ministro Maroni e la nuova, pesante campagna mediatica contro gli immigrati hanno fatto sì che nell’estate
2008 i venditori ambulanti sulle spiagge e quelli porta a porta siano spariti da molte località, anche in quelle dove non amministra il centrodestra.
Eppure a molti italiani piace fare shopping dai vucumprà – anche se non è corretto, questo rimane l’appellativo più usato per indicarli –
senegalesi, pakistani, bengalesi, algerini, cinesi, marocchini. Li cercano, si fanno consigliare da loro per comprare un copricostume, un pantaloncino, una borsa, un
jeans griffato, una collanina o un paio di occhiali da sole a buon prezzo. Succede talvolta che i turisti li difendano dalle forze dell'ordine, ma difficilmente
s'instaura un dialogo reale fra cliente e venditore al di fuori della contrattazione e dell'immediato interesse economico. Permane un muro. In fondo sono solo
vucumprà, poveretti, che a volte parlano lingue incomprensibili. Si fa fatica a vederli come persone portatrici di saperi e conoscenze.
Queste condizioni precarie e il pregiudizio creano un’immagine distorta dei migranti. A legittimare questa visione è la stessa legge italiana (la Bossi-Fini
tuttora in vigore) che non consente ai migranti piena cittadinanza, costringendoli alla clandestinità, rendendo sempre più lunghe, complicate e costose
le procedure di regolarizzazione, impedendo così una reale integrazione culturale, professionale e sociale.
Se ai tempi di Marco Polo (e non solo) quello del mercante viaggiatore era un mestiere stimato e affascinante, oggi è soltanto un lavoro molto duro, di sacrifici
e umiliazioni. Immaginate di percorrere ogni giorno decine di chilometri in luoghi che non conoscete, con decine di chili di merce da trasportare con le sole mani,
su una spalla o sulla schiena. Immaginate di dovervi proporre a persone sconosciute le quali spesso non vi comprendono, sono diffidenti, vi mandano via e qualche volta
vi disprezzano, vi insultano o addirittura hanno paura di voi, mentre le forze dell'ordine sono in agguato come se foste delinquenti.
Anche gli emigrati italiani hanno fatto i vucumprà nei paesi del Nord Europa e nelle Americhe, vivendo esperienze molto simili a coloro che sbarcano sulle coste
europee, come ricorda anche il bel libro di Gian Antonio Stella L'orda. Quando gli albanesi eravamo noi. Fra i primi a essere chiamati vucumprà in Italia
furono i meridionali: commercianti, in particolare pugliesi e campani, che durante la stagione estiva proponevano le loro merci ai turisti nei litorali del Nord.
Ai giorni nostri, molti migranti viaggiano in condizioni talmente disumane da non arrivare neppure a destinazione. I dati agghiaccianti sono su
fortresseurope.blogspot.com, un sito che si occupa dal 1988 dei migranti deceduti e dispersi nel tentativo di raggiungere i paesi europei.
Secondo Fortress Europe nei soli tre mesi, da maggio a fine luglio 2008, vi sono stati 455 morti. La maggioranza nel Mediterraneo: nel canale di Sicilia,
fra Algeria e Sardegna e nei pressi della costa spagnola.
Con la globalizzazione economica i venditori ambulanti arrivano da tutte le parti del mondo, vendono ogni tipo di merce, parlano tante lingue, hanno costumi e
professano religioni diversi. I quotidiani, i tuttologi, gli opinionisti "da bar" hanno sempre qualcosa da dire sugli ambulanti, sui vucumprà,
eppure – nel condurre questa indagine – ho scoperto che su di loro, tanto "chiacchierati", esistono pochissime ricerche, testimonianze dirette, tesi e
dunque la loro voce quasi mai viene ascoltata. Che cosa ne sappiamo? Io ho provato a capirlo – e a raccontarlo – nel modo più facile, parlando con loro.
Ad esempio Ara, dopo aver lasciato il poverissimo Bangladesh, si ritrova in Italia, il paese tanto sognato, senza soldi e con due bimbi piccoli; disperata, inizia a
vendere bambole. Invece Aboubakar lascia la sua numerosa famiglia in Costa d’Avorio e, nonostante sia uno studente eccellente, inizia a commerciare tappeti
personalizzati nelle strade di Napoli. Cristian, dalla Romania, riesce a sopravvivere distribuendo Piazza Grande, il giornale dei "senza tetto" di
Bologna. Dopo alcuni anni da ingegnere in Senegal, Mamadou fa del venditore ambulante la sua professione per diciotto anni, percorrendo quasi tutta l'Italia. Anche
Modou ha fatto un sacco di strada a piedi, giorno e notte, in Romagna e in Veneto o sulle spiagge di Ravenna con accendini, pile e cassette musicali, ma oggi ha un
minimarket di prodotti equo-solidali. Abdel, cartografo in Algeria, vende borsette, occhiali e cinture nelle fiere delle città campane e fra i vicoli partenopei.
Sajid fugge dall'instabile Pakistan e sceglie le spiagge a nord di Pozzuoli per proporre bigiotteria orientale. In fuga dai tumulti nigeriani, Okechukwu – che era
impiegato in banca – s'improvvisa venditore porta a porta di fazzoletti e calzini tra Padova e Venezia, decidendo poi di raccontarlo in un libro. Shaohan e Juan
lasciano la Cina in grande ascesa economica e una volta in Italia praticheranno un'inedita professione ambulante: faranno i massaggi ai turisti sulle spiagge tra Rimini
e Cattolica. Sidy vende con gran successo jeans e magliette alla Montagnola, un mercato all'aperto di Bologna, dove Rama da dieci anni serve caffè, tè,
spiedini e piatti di riso senegalesi. Invece Bass, che amministrava un'azienda, gira con orologi e portafogli griffati sulle spiagge della Toscana. Dopo aver faticato
parecchio a tentare di fare il venditore ambulante sulle spiagge, Mandiaye si afferma sulla scena del teatro internazionale.
Ex insegnanti, ex bancari, ex studenti, ex geometri, ex contadini, ex impiegati, ex sarti, ex calciatori in Italia per anni sono stati venditori ambulanti clandestini;
alcuni di loro oggi sono attori, scrittori, operai, muratori, facchini, imbianchini, commercianti, sindacalisti, mediatrici e mediatori culturali. Molti sono divenuti
padri e madri nel nostro paese e qui sono stati raggiunti da sorelle, fratelli e genitori.
Raccontando storie personali, le quattordici interviste raccolte in questo libro aiutano a conoscere culture e ideali di altre parti del mondo ma svelano anche pezzi
d'Italia che molti ignorano. Confesso di essere rimasta stupita da tanta intraprendenza e determinazione, da analisi approfondite e controcorrente.
Quando ho iniziato a raccogliere queste interviste, alcuni amici mi dicevano che alla fine avrei raccontato sempre la stessa storia. Si sbagliavano. Da ogni racconto
emerge almeno una sorpresa. Si sfatano tanti luoghi comuni sugli stranieri e sui loro paesi. Si scopre ad esempio che la storia narrata sui libri occidentali è
molto approssimativa, non tiene conto delle verità e dei punti di vista degli altri. O si scopre che la religione musulmana è praticata in modi differenti
anche all’interno di un unico paese. Inoltre è interessante anche vedere le differenti strategie di vendita, alcune molto originali e creative. Emerge che
quasi tutti gli intervistati hanno subìto gravi insulti e c’è chi ha rischiato di morire per un’aggressione. Tra i migranti c'è chi fa politica,
in un coordinamento di Bologna o in un analogo comitato a Napoli; c'è chi ha fondato un’associazione teatrale e di turismo responsabile, chi sostiene la
costruzione di un ospedale o di un orfanotrofio. Si viene a sapere che in Nigeria esiste la Nollywood africana che produce ogni anno centinaia di film. Ci
viene ricordato che l’Italia non è il paradiso. Ogni narrazione ha uno sviluppo differente, più o meno drammatico, personale o politico. Talvolta lo
spunto per veri e propri romanzi.
Spero che queste interviste – talvolta simili a racconti – trasmettano l'energia, il coraggio, l'ottimismo, la tenacia, il calore e lo spirito di fratellanza che queste
persone possiedono e comunicano. E che riescano a dare un quadro ampio e chiaro delle difficoltà che i migranti devono affrontare nel nostro paese: il rinnovo
del permesso di soggiorno, i ricongiungimenti familiari, la casa, il lavoro, i disagi vissuti durante i controlli delle forze dell’ordine, la paura di essere internati
nei cosiddetti Cpt (cioè i Centri di permanenza temporanea, di fatto carceri di detenzione permanente). Problemi che, come è noto, si stanno aggravando
per le scelte del governo Berlusconi ma anche di molte amministrazioni comunali.
In un clima così pesante, questo libro vuole contribuire a infrangere l'immagine negativa, falsa e stereotipata che impedisce a molti di conoscere realmente i
migranti. Ci troviamo davanti a una grande risorsa umana. Proprio loro, gli emarginati, gli sfruttati del mondo, possono divenire un antidoto alla deriva del vecchio
Occidente. Con loro si possono rinnovare valori ormai trascurati come l'amicizia, la condivisione, la socialità, la solidarietà, l’amore e il rispetto
per gli uomini e la natura e magari imparare a percorrere nuove strade insieme.
Concordo con Serge Latouche, il sociologo francese che nel saggio Il pianeta dei naufraghi sostiene: "I poveri sono molto più ricchi di quel che
si dice, di quel che credono essi stessi. L'incredibile gioia di vivere che colpisce molti osservatori delle periferie africane è molto meno ingannevole delle
deprimenti stime obiettive degli apparati statistici che colgono soltanto la parte occidentalizzata della ricchezza e della povertà"; e ancora:
"Il piacere non condiviso conduce rapidamente alla sazietà, a volte al disgusto e alla tristezza. La felicità è plurale e complessa;
dipende meno dall'avere che dall'essere. Parlando di benessere i moderni avevano avuto un'intuizione giusta. Riducendo il ben-essere al ben-avere e soprattutto
all'avere di più, hanno rovinato tutto". Dice un proverbio dei serere, un gruppo etnico del Senegal: "La povertà non consiste nell'essere
privi di vestiti; è veramente povero chi non ha nessuno". La vera miseria è la solitudine.
Fra di loro ci sono i messaggeri di una nuova civiltà? Conoscerli è il modo migliore di saperlo.
Dedico questo libro a tutti coloro che giungono da altri continenti per sfidare l'ignoto, alla ricerca di una vita dignitosa. A coloro che per guerre, fame,
epidemie, persecuzioni politiche e catastrofi ambientali sono costretti a lasciare le loro terre. A coloro che portano esperienze, cultura e ideali in luoghi lontani
da quelli in cui sono nati. Ai testimoni dei conflitti cosiddetti umanitari e della nuova schiavitù, conseguenza degli adeguamenti strutturali degli organismi
creati dalle potenze occidentali come Wto, Fondo monetario internazionale, Banca mondiale. A donne e uomini migranti che nonostante le difficoltà e le tragedie
sono messaggeri di pace e di vita e seminano speranze, umanità e utopie nel ricco Nord del pianeta: in una società a tal punto omologata, anestetizzata
e disumanizzata dal consumismo, dai media, dalla competizione e dalla politica dei privilegi da vedere in queste persone soltanto vucumprà o delinquenti.
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