Presentazione

LA VITA A PASSO DI DONNA


 
Donna leggiadra! Con uno sguardo
dei tuoi occhi potresti depredare
tutta la ricchezza dei canti
suonati sulle arpe dei poeti.
Ma non ascolti le loro lodi,
perciò io vengo a lodarti.
Potresti umiliare ai tuoi piedi
le più orgogliose teste del mondo.
Ma sono i tuoi cari,
sconosciuti alla fama,
che preferisci adorare,
perciò io ti adoro.
La perfezione delle tue braccia
aggiungerebbe gloria allo splendore
d’un re, con la loro carezza,
ma le usi per spazzare la polvere
e pulire la tua umile casa,
e perciò sono pieno di stupore.

(Rabindranath Tagore)

Oggi si ha l’impressione che l’attenzione per la condizione femminile si sia affievolita. In alcuni contesti, soprattutto quelli ad alto sviluppo, è sempre più facile per la donna accedere a scelte che avvicinano i suoi stili di vita a quelli dell’uomo e di fatto sono cresciute le sue opportunità. Tuttavia l’esperienza di molte donne è ancora legata a discriminazione, a violenza, a sfruttamento.
La questione femminile continua ad essere tale perché alcuni grandi temi antropologici, nel dibattito della cultura contemporanea, sono più che mai incerti e aperti a interpretazioni ambigue. La concezione della vita, la crisi della maternità, l’evoluzione dell’idea di famiglia sono questioni antropologiche che toccano il vissuto della donna e ne interpellano direttamente l’identità.
Donna e vita è un binomio inscindibile. Risorsa tipicamente femminile che valica ogni confine culturale. La donna è a servizio della vita perché il suo essere stesso è essere-per-la vita: il suo corpo sa cosa significa ricevere la vita, accoglierla, lasciarla crescere, darla alla luce, sostenerla, e accompagnarla.
Tra i percorsi più connaturali alle donne per contribuire alla vita della famiglia umana vogliamo sottolineare in modo particolare i seguenti: custodire e difendere il senso del primato della persona umana, il valore della vita, ridare qualità all’educazione.
La donna da sempre ha contribuito al progresso e allo sviluppo, il suo contributo però non è stato adeguatamente riconosciuto. La società sembra se ne sia accorta solo ora sulla spinta della gran de interdipendenza internazionale. Da più parti si afferma che la chiave dello sviluppo di un popolo, di una nazione è l’educazione della donna. Ma a quale sviluppo dedicano le loro forze le donne?
Non certo quello che porta alla distruzione, alla tecnologia esasperante e all’economicismo, ma quello che passa attraverso il miglioramento delle condizioni della vita. II vero contributo della donna allo sviluppo è il suo stesso modo di essere.
Perfino la Banca mondiale si è accorta che senza le donne non c’è sviluppo. In un documento presentato alla IV Conferenza mondiale sulla donna di Pechino, ormai tredici anni fa annunciava che più di un terzo del portafoglio prestiti era disponibile per le richieste del gender (parola che nei documenti ufficiali ha sostituito il termine sesso).
Gli investimenti destinati al miglioramento delle condizioni di vita delle donne, all’alfabetizzazione ed educazione, alla salute, alla nutrizione e all’agricoltura in questi anni sono sì aumentati, ma tuttavia rimangono inadeguati.
Nei documenti ufficiali approvati a Pechino e nelle diverse piattaforme Onu sulla questione femminile manca in realtà un’analisi coerente dei meccanismi che perpetuano povertà e discriminazione per la donna. Da più parti si continua ad affermare la necessità della partecipazione femminile alle dinamiche sociali ed economiche, ma l’impegno concreto per costruire processi partecipativi a livello globale e agire sulla trasparenza delle istituzioni nazionali e internazionali è ancora troppo debole.
Il passaggio dalle dichiarazioni ai fatti concreti è ancora molto lungo. Infatti, nonostante sempre più bambine vadano a scuola, in molti paesi le bambine e le ragazze sono fortemente discriminate. Dei 130 milioni di bambini che nei paesi in via di sviluppo non frequentano la scuola, 81 milioni, circa due terzi, sono femmine. Ogni anno circa 500 milioni di bambini, nei paesi del Sud del mondo, iniziano la scuola elementare, ma più di 100 milioni di essi, due terzi dei quali femmine, l’abbandonano prima di completare l’istruzione elementare. In questi ultimi anni si sono fatti progressi reali circa l’alfabetizzazione femminile grazie all’impe- gno profuso dagli stati e dalle organizzazioni della società civile per il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo del millennio, ma molto rimane ancora da fare. Dati recenti indicano che nelle regioni in via di sviluppo le bambine non riescono a completare la scuola primaria e meno del 60% delle ragazze è in grado di leggere e scrivere.
L’istruzione delle ragazze fornisce considerevoli ritorni economici e a livello sociale, produce una più bassa mortalità materna, famiglie più sane, il miglioramento della sopravvivenza dei bambini. Si apre la strada dell’educazione alle generazioni future: le bambine istruite, una volta cresciute e diventate donne e madri saranno più propense a mandare i figli a scuola. Le donne istruite sono maggiormente in grado di difendersi dal traffico delle persone, dalla violenza, dagli abusi. L’istruzione dà la possibilità di inserirsi a pieno titolo nella vita sociale e di migliorare la situazione delle proprie famiglie.
Secondo uno studio della Banca mondiale, un anno in più di istruzione per 1000 donne migliorerebbe i salari del 2%, preverrebbe la morte di 60 bambini, garantirebbe 3 morti materne in meno e 500 nascite.
La garanzia per la donna di un reddito autonomo, di un lavoro non necessariamente dipendente continua ad essere uno dei temi più interessanti, più ricco di implicanze e più dibattuto a partire dalla IV Conferenza mondiale sulla donna. Questo problema era già stato evidenziato dalla commissione di ricercatori del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo umano; la questione in questo ambito emergeva in termini indiretti attraverso i dati particolarmente indicativi sul lavoro oscuro delle donne. Alcune ricerche hanno constatato che l’educazione dei figli, la cura dei familiari, l’impegno sommerso in casa valgono 11mila miliardi di dollari, una cifra assente da qualsiasi rendiconto economico. II 53% delle ore lavorate nei paesi in via di sviluppo è delle donne e il 51% nei paesi industrializzati. Esiste una sorta di inconsapevole cospirazione per sottovalutare il lavoro delle donne e il loro contributo alla società.
In ogni nazione del mondo le donne lavorano più ore degli uomini, ma ottengono una quota inferiore di vantaggi economici. Se il lavoro femminile fosse registrato nelle statistiche nazionali, distruggerebbe il mito secon do cui sarebbero gli uomini a guadagnare il pane per la famiglia. La conclusione che si evince da questi dati è spontanea: è ingiusto considerare le donne come nullità economiche.
Come donne e autrici di questo libro siamo consapevoli che la generazione di un mondo nuovo non potrà realizzarsi se non attraverso un’azione concorde di uomini e donne, portata avanti nella solidarietà di due specificità, maschile e femminile, che sanno di essere uno, nello sforzo continuo di costruire rapporti di stima, di rispetto, di fiducia, di reciproca valorizzazione.


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