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UN PALESTINESE PORTA LA CROCE
PRESENTAZIONE
Ho incontrato Geries Khoury nel 1990 al suo tavolo di lavoro dell’Associazione Al-Liqa’, a Betlemme. Traspariva da quest’uomo
tutto il peso della sua sofferenza per la situazione del popolo palestinese. Sofferenza che non esitava ad attribuire per la maggior
parte a Israele, con lucidità ma senza odio.
Incrollabile la sua fiducia nella possibilità di collaborazione tra cristiani e musulmani per portare avanti il cammino di pace e
giustizia che lui ha già decisamente intrapreso, e che esprime anche attraverso questo suo interessante lavoro.
Emblematico il titolo del libro: Un palestinese porta la croce, a suggerire che ogni uomo, donna, bambino che ancora soffre nella
Terra Santa porta la croce come Gesù.
Accattivante la prima parte autobiografica del libro che mostra cosa abbia significato per l’autore “crescere da palestinese”.
Esperienza che lo ha segnato profondamente e lo ha spinto a riflettere, da palestinese e da cristiano, sulla sua identità, sulla storia
del suo popolo, sulla sua chiesa, sui conflitti passati e presenti, che tuttavia non soffocano la speranza, anzi stimolano l’impegno
per un dialogo di vita tra le diverse etnie e religioni che vivono nel paese amato.
Il seguito del libro mette in luce fatti e aspetti storici spesso non abbastanza noti o sottovalutati nella nostra cultura occidentale
e che invece è bene conoscere per avere una visione più completa della questione palestinese.
Molto apprezzabile l’atteggiamento profondamente cristiano, che vede, nel dialogo non nella forza, la possibilità di vivere insieme
sulla stessa Terra. Un ruolo particolare l’autore assegna ai cristiani palestinesi, portatori di una duplice cultura, che possono
fare da ponte con il mondo arabo musulmano palestinese.
Grande intuizione il programma per una teologia palestinese.
Ne mostra la necessità: “Una lettura palestinese della Bibbia è necessaria perché, senza di essa, una lettura semplicistica creerebbe
nei cristiani palestinesi un autentico conflitto tra la loro fede e le loro esperienze di vita quotidiana”.
Ne precisa la natura: “Scrivendo teologia palestinese non cerchiamo di mettere ‘vino nuovo in otri vecchi’ (Mt 9,14-16). Tentiamo
di applicare il messaggio di salvezza al nostro contesto”; e ancora: “La teologia contestuale palestinese non è in contrapposizione
neppure con l’islam, anzi, mira a conoscerlo e comprenderlo, a rispettare le differenze e ad aprire un dialogo sincero e
contestualizzato che ci aiuti a vivere insieme”.
Ne indica la potenzialità di testimonianza: “È una teologia che promette un futuro per la chiesa in Terra Santa, non una teologia
che raccomanda l’emigrazione o la ritirata. È una teologia di comunità che dice che i conflitti di interesse tra i palestinesi e i
cittadini di Israele si possono risolvere senza ricorrere alla violenza”.
Confortante e significativa l’Appendice in cui l’autore racconta del suo incontro con l’ebreo israeliano dott. Shalom. Dal timore
e sospetto iniziali alla fiducia e alla più bella amicizia.
Un libro da leggere, e non solo: direi da vivere oggi, in cui le tensioni nella Terra di Gesù, che si ripercuotono in tutto il Medio
Oriente e oltre, richiedono chiarezza di vedute e coraggio per la giustizia, per il dialogo e per la pace.
GIAMPIERO ALBERTI
(Giampiero Alberti, assiduo frequentatore del Medio Oriente dal 1970, storico e
studioso delle Religioni, sacerdote cattolico. Oggi lavora sopratutto come islamologo).
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