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L'ARTE COME RESISTENZA
Prefazione
«Sì, mi è piaciuto, sai perché? Perché racconta quello che i
palestinesi sanno fare e non solo quello che subiscono». Mi disse
così un’amica commentando un servizio che avevo scritto per il
mio giornale sulla fioritura di band hip hop e rock nei Territori
Occupati Palestinesi. Parole che mi hanno aiutato a riflettere
su ciò che i mezzi d’informazione in genere riferiscono da questa
terra: attentati, confische di terre, violazioni di diritti umani
e, naturalmente, morti e feriti quotidiani. Notizie che devono
grondare di sangue e di violenza per arrivare al grande pubblico,
peraltro non di rado in modo distorto e partigiano, quasi sempre a
danno dei palestinesi e della loro aspirazione alla libertà e all’indipendenza.
Prevale nelle stazioni televisive italiane e sulle pagine
colorate dei nostri quotidiani l’immagine degli shabab (giovani)
palestinesi con il volto coperto e il mitra in pugno oppure
lo sventolio delle bandiere verdi islamiche a voler rimarcare la
svolta “fondamentalista” avvenuta a Gaza dopo la presa del potere
da parte del movimento Hamas.
Cosa sanno fare i palestinesi, oltre a morire e lottare: questo
sollecitava la mia amica a indagare. Ben pochi, sembrano
saperlo. Eppure se per “saper fare” si intende non solo il lavoro
manuale ma anche la creatività e la produzione artistica e
musicale, si scopre che in Cisgiordania, nella stessa Gaza “fondamentalista”
e nella Gerusalemme araba, il talento abbonda.
Fa fatica a emergere dal fiume di notizie quotidiane di primi
ministri in difficoltà, di negoziati moribondi, di conferenze e
incontri internazionali destinati al fallimento ancora prima di
cominciare. Però esiste e, ora più che mai, intende venire alla
luce e conquistare lo spazio che gli viene negato da troppo tempo.
E ci chiede una mano, un aiuto sincero e disinteressato e non
compiacente e opportunista.
Per l’arte palestinese vale lo stesso interrogativo al quale, nel
1960, molti cercarono di dare una risposta all’indomani del Premio
Strega che venne assegnato a Carlo Cassola per La ragazza
di Bube. Era quello un romanzo (stupendo) della Resistenza che
ancora pulsava nelle vene dei partigiani e di coloro che avevano
combattuto, in vari modi, contro il nazifascimo, oppure era
una semplice affermazione dell’esistenza, del voler far avanzare
valori, identità e principi destinati altrimenti a diluirsi, se non
addirittura a svanire, come tante, troppe volte avviene dopo le
rivoluzioni tentate o, raramente, realizzate? Perciò quella palestinese
oggi è un’arte della resistenza o dell’esistenza? La risposta
è più facile di quelle che furono date o azzardate per il capolavoro
di Cassola. È resistenza ed esistenza al tempo stesso, perché
mai come per i palestinesi la parola resistenza rappresenta anche
esistenza e viceversa. Una resistenza che non è fatta solo di lotta
contro l’occupazione militare con in mano il mitra e neppure
un’esistenza che è solo sopravvivenza fisica. È un’arte che racchiude
l’identità e la creatività di un popolo che ha deciso di non
annullarsi e farsi relegare ai margini della storia e di continuare
invece a esserne protagonista e non solo sulle prima pagine dei
giornali. Un popolo che si rende conto che abbattendo lo sterotipo
di violento, di fanatico, di “terrorista” che gli ha cucito addosso
l’occupante, potrà raggiungere i suoi obiettivi.
Descrivere come un “mostro” il nemico, farlo apparire agli
occhi del resto del mondo come parte di un progetto malvagio,
volto a seminare morte e terrore ovunque, è una delle strategie di
propaganda più usate nelle guerre che abbiamo avuto la sventura
di conoscere negli ultimi vent’anni, specie in Medio Oriente. I
palestinesi non sono sfuggiti alla demonizzazione. Quando, poche
ore dopo l’11 settembre, l’ex premier israeliano Ariel Sharon proclamò
davanti i microfoni delle televisioni di mezzo mondo che
il presidente palestinese Yasser Arafat era “l’Osama bin Laden”
di Israele, apparve chiaro il tentativo di spostare la lotta nazionale
palestinese dal terreno del conflitto territoriale e anticolonialista
a quello culturale e religioso. I palestinesi, volle dire al mondo
intero Ariel Sharon, non si battono per la loro libertà, sono come
i dirottatori che si sono schiantati sulle Twin Towers, lottano contro Israele ma in realtà attaccano l’intera civiltà occidentale. Non
era vero naturalmente.
Quello israelo-palestinese era e rimane
un conflitto sul controllo della terra, combattuto da nazionalismi
contrapposti con forze, pesi e sostegni diversi, nonostante la comparsa
sulla scena di attori che si dicono ispirati dalla fede. Eppure
quello stratagemma politico, volto a conquistare nuove simpatie e
appoggi a Israele, funzionò: contribuì a demonizzare i palestinesi
che oggi devono lottare ancora più di prima per affermarsi come
un popolo con piena dignità, come un popolo che ha commesso
errori ma li ha compresi e che, in ogni caso, non rinuncia ad essere
libero e a far parte a pieno titolo delle nazioni moderne.
La rilevanza di L’arte come re-esistenza di Lorenza, Federica
e Laura sta nell’aver dato ampio risalto al talento e alla creativà
artistica, ma non solo, dei palestinesi. Nell’aver offerto un’importante
occasione al popolo palestinese di far conoscere anche
ciò che di bello sa produrre, oltre al combattere. È un percorso in
un mondo a molti sconosciuto, specie in Europa, in cui si muovono
eroi del nostro tempo che hanno la stessa dignità di quelli
più celebrati con le armi in pugno dall’iconografia nazionalista.
C’è il violinista Ramzi Abu Radwan che dopo aver lanciato da
ragazzino sassi contro i tank israeliani come tutti i suoi coetanei,
ora suona nelle grandi orchestre internazionali ma soprattutto,
attraverso la sua scuola di musica, offre ai bambini di Ramallah
e dei campi profughi nel resto della Cisgiordania gli strumenti,
evidentemente non solo musicali, per esprimere sé stessi. Ci sono
i registi e gli attori del Teatro dell’oppresso Ashtar che, partendo
da metodi concepiti in America Latina, favoriscono la trasformazione
e l’annullamento delle realtà oppressive che soffocano
i palestinesi. S’incontrano lungo il tragitto l’ex comandante
dell’Intifada Zakariya Zubeidi e i ragazzi del Teatro della Libertà
di Jenin, fucina di giovani talenti e modello di cooperazione tra i
palestinesi e le forze democratiche di Israele. È possibile leggervi
le testimonianze di chi ha desiderio di costruire, di non mandar
dispersa la creatività che germoglia ovunque. C’è anche il disappunto
di chi osserva con amarezza una classe politica spezzata
dall’ansia del potere e che investe gran parte delle risorse nazionali
nella “sicurezza”.
Arte come resistenza-esistenza. È Iman Aoun, direttrice artistica
del Teatro Ashtar a spiegarcelo.
«Il primo obiettivo è quello di offrire un libero spazio in cui
il popolo palestinese possa dire la sua, farsi ascoltare e ascoltare
diversi punti di vista, esprimersi e accettare l’altro, esercitare il
pensiero e riflettere su alcune problematiche che possano stimolare
un cambiamento sociale. Il secondo riguarda il dialogo. Vorremo
che la gente imparasse a rispondere a certe problematiche
individualmente e consapevolmente, senza seguire la massa, un
colore, un partito, un’ideologia. Ci piacerebbe vedere i giovani
fermarsi a riflettere prima di agire e non re-agire come succede
di solito».
Non sono parole ma note bellissime scritte sullo spartito del
futuro.
Chi pensa che il popolo palestinese finirà ingoiato dal buco
nero della storia, ha commesso un grande errore.
Michele Giorgio
corrispondente da Gerusalemme
per il quotidiano “Il manifesto”
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