Presentazione |
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Moschee d'Italia di Maria Bombardieri Ormai il dibattito sulle moschee è diventato un elemento costante del paesaggio mediatico e politico del nostro paese (molto meno di quello religioso, ed è già di per sé significativo; un segnale di distorsione del dibattito, appunto, trattandosi dopo tutto di luoghi di culto). A darsi la pena di gettare un'occhiata non solo alla stampa nazionale, ma anche e soprattutto a quella locale, in particolare nel Nord Italia, non c'è quasi giorno in cui in qualche comune anche minuscolo del Belpaese non ci sia qualcuno che solleva un problema, rilancia un'eccezione, si sbilancia su un'intenzione, o ammannisce uno sproposito sulla costruzione di una moschea – o meglio, sull'apertura di una sala di preghiera in un qualche stabile da ristrutturare, uno scantinato, un ex magazzino, o un edificio industriale abbandonato – o anche solo sull'ipotesi che questo possa un giorno accadere. Le moschee, insomma, fanno notizia. Anche prima di esistere. È un dato di fatto sempre più evidente: quasi ogni volta che in qualche angolo d'Italia si pone il problema di costruire una moschea – come detto, la parola riassume una realtà molto più modesta, costituita da sale di preghiera più o meno stabili e strutturate – partono le discussioni, le riflessioni, le controdeduzioni, ma anche, sempre più spesso, i conflitti. Questa semplice constatazione, da sola, giustifica la necessità di saperne di più. È pertanto benvenuto questo libro di Maria Bombardieri, frutto di una lunga ricerca empirica. E già questa è una notizia, dato che nel dibattito le opinioni soverchiano largamente i fatti, dai quali anzi spesso prescindono del tutto. Basta sfogliare gli editoriali, spesso reboanti e grondanti retorica anche nella stampa più accreditata, per accorgersene: si tratta di un dibattito non con i musulmani, ma tra italiani, eventualmente di opinioni diversificate, a proposito dei musulmani, e più spesso ancora a proposito dell'islam, in astratto, spesso a prescindere dai musulmani stessi, da chi sono, cosa fanno, cosa pensano, cosa dicono. Ci voleva dunque, ed era necessaria, una ricerca empirica, basata su dati di fatto. Ancora più perché si è potuta confrontare con la realtà europea, dato che l'analisi dei casi di conflitto è stata svolta nell'ambito di una ricerca comparativa europea che ha coinvolto una quindicina di paesi. Ricerca che ho potuto condurre grazie a un finanziamento del Network of European Foundations di Bruxelles (una rete indipendente di fondazioni non governative) ed effettuata in collaborazione con Etnobarometro, cui Maria Bombardieri ha contribuito scrivendo il capitolo concernente la situazione italiana. Qui però troviamo molto di più: non solo l'analisi dei casi più eclatanti di conflitto, che si volevano comparare a livello europeo, ma una descrizione molto puntuale della presenza islamica in Italia, un'analisi delle sue evoluzioni e degli attori sociali coinvolti (non solo i musulmani, ma anche le forze politiche e naturalmente la Chiesa cattolica), con l'aggiunta di una rigorosa mappatura regione per regione della realtà islamica organizzata, che costituisce il lavoro più avanzato e aggiornato svolto finora nel nostro paese. Ed era opportuno contestualizzare la questione delle moschee all'interno dell'evoluzione più complessiva dell'islam italiano e delle reazioni che suscita. Detto questo, sono le moschee il fulcro di questo lavoro. E non potrebbe essere altrimenti. Simbolicamente le moschee costituiscono una forma di appropriazione simbolica del territorio, e nello stesso tempo la resistenza alle medesime diventa un segno di controllo del territorio molto concreto e materiale. È chiaro, quindi, che il conflitto intorno alle moschee è innanzitutto un genuino conflitto di potere. In esso giocano variabili diverse: gli attori considerati legittimi, la loro forza, la capacità di resistenza degli attori sociali già presenti (della loro "cultura", come si dice spesso), e le rispettive forme di legittimazione, di espressione del proprio discorso. Una prima constatazione è autoevidente: non tutti gli edifici, anche nuovi nella forma e nelle funzioni, producono lo stesso tipo di conflitti. Raramente un edificio pubblico, o un edificio commerciale, produce tali forme di protesta. Un nuovo ospedale, una nuova banca, un nuovo supermercato o una nuova multisala possono eventualmente essere oggetto di critiche, ma raramente queste sono espresse in chiave culturale. Se ne potrà valutare l'opportunità della collocazione, anche rispetto agli interessi che va a danneggiare (ad esempio un supermercato rispetto ai piccoli negozi circostanti), oppure la dimensione e la forma (un edificio grande in un contesto di edilizia di piccole dimensioni, un edificio alto in un contesto di edilizia sviluppata orizzontalmente), o ancora le qualità estetiche. Ma raramente questi contrasti, pure frequenti, producono un riflesso identitario (e una dinamica noi-loro) simile a quella che troviamo a proposito di moschee. Non solo: tali tipi di conflitto non si manifestano nemmeno per edifici di culto appartenenti ad altre confessioni religiose minoritarie, diverse da quella dominante, siano esse presenze antiche o di nuovo insediamento, e composte da autoctoni o da immigrati (si pensi, in Italia, alle assemblee pentecostali, alle sale del regno dei testimoni di Geova, ai templi buddhisti, o alle gurudwara sikh), che non producono il medesimo tipo di reazione e di rifiuto (anche se sarebbe storicamente falso dire che questo non si sia verificato in passato). Le moschee invece li producono, in forma blanda o radicale, quasi immancabilmente, e in molte realtà europee, almeno in questa fase storica. In questo senso una "questione moschee" oggi, in Europa, si pone. In Italia in forme spesso anche più diffuse e "nervose". E nel Nord Italia ancora di più. Alcune forme del conflitto intorno alle moschee potrebbero essere addirittura interpretate attraverso le chiavi di lettura dell'etologia e della sociobiologia, più ancora che della sociologia e dell'antropologia, o ancor meno dell'urbanistica. Ne sono un esempio alcune forme di imprinting sullo spazio come lo spargimento di urina di maiale, o di sangue di suino, o le passeggiate dimostrative con maialino al seguito, o anche solo le mangiate ostentatorie di salsicce e porchetta, possibilmente innaffiate da qualche litro di vino, sul territorio dove è previsto che sorga una moschea o in occasione di manifestazioni anti-islamiche: esempi che troviamo relativamente diffusi, dalla Spagna alla Svezia, ma nel caso italiano particolarmente frequenti, e che costituiscono un oggetto di interesse in sé. Le moschee, insomma, fanno problema. E non in sé. E meno che mai per la loro funzione principale (quasi nessuno tra coloro che si oppongono alle moschee oserebbe dire, almeno in pubblico, che semplicemente non vuole che degli esseri umani preghino Dio). Ma per le loro funzioni presunte. E soprattutto per la loro visibilità: come molte battaglie intorno ai minareti, fino al referendum svizzero sul tema, hanno chiaramente mostrato. La questione delle moschee, dunque, in sé potrebbe non sussistere, perché non c'è nulla di più ovvio e naturale che delle comunità immigrate desiderino e abbiano bisogno di propri luoghi di culto e possano godere degli stessi diritti anche religiosi che le costituzioni europee garantiscono a tutti, maggioranze e minoranze. Ma sussiste perché di fronte all'islam si sollevano problemi specifici, che spesso hanno poco a che fare con le situazioni reali. Gli attori dei conflitti intorno alle moschee sono diversi: dai comitati di cittadini ai mass media, dai tribunali alle forze politiche, dalle altre comunità religiose ai musulmani stessi e agli altri immigrati. E tutti portano responsabilità importanti, giocate sia negativamente che positivamente, sia distruttivamente che costruttivamente. La civile convivenza potrebbe accontentarsi di una cosa sola: il rispetto della legge da parte di tutti. Da parte dei musulmani, nel rispettare le normative associative e urbanistiche, ma anche nel fare uno sforzo supplementare di comunicazione con i cittadini e le istituzioni. E da parte degli amministratori, che non dovrebbero negare ai musulmani ciò che è un diritto per tutti, né dovrebbero attuare un'applicazione selettiva delle leggi: come ricordarsi delle normative di sicurezza e antincendio solo quando si tratta di moschee (quando a violarle sono spesso anche chiese, edifici pubblici come le scuole, per non parlare delle imprese), o applicare sanzioni più dure che in altri casi (la chiusura immediata, magari in pieno ramadan, e non il pagamento di un'ammenda con l'obbligo di mettersi in regola in pochi mesi, come di norma accade con altri soggetti pubblici e privati). A corollario del conflitto sta l'utilizzo "normale" di un linguaggio che troppo spesso è fuori dai limiti della convivenza civile: basterebbe sostituire alla parola musulmano la parola ebreo o cristiano, in molti discorsi politici o articoli di giornale a proposito di moschee, per accorgersene. E l'utilizzo per i musulmani – ciò che potremmo chiamare "eccezionalismo" – di modalità di trattamento specifiche, non utilizzate per altre confessioni religiose. Un esempio è quello della richiesta di indizione di referendum in caso di richiesta di edificazione di una moschea, presente anche in alcune proposte di legge: una richiesta di apparente buon senso, o come tale strumentalmente interpretata, ma che in realtà costituisce un vulnus gravissimo ai fondamentali del diritto, e diremmo persino alle ragioni d'essere dell'Occidente come paradigma culturale e come visione universale, poiché le maggioranze non hanno il diritto di decidere sui diritti fondamentali delle minoranze – glielo impedisce la Costituzione, e non solo in Italia. Sarebbe la fine del diritto, se fosse così. In questo la Chiesa cattolica e anche le confessioni religiose minoritarie, in Italia, hanno svolto un ruolo di guardiani della civiltà giuridica e di salvaguardia dei principi, non solo del buon senso religioso, che non hanno svolto altri. Le moschee costituiscono una modalità di uscita dell'islam dalla sfera privata, il suo ingresso ufficiale nella sfera pubblica, e anche il suo qualificarsi come interlocutore della società e delle istituzioni. Inoltre moschee e sale di preghiera insieme testimoniano di dinamiche specifiche, legate alle stesse dinamiche migratorie, che hanno molte sfaccettature. Innanzitutto, spesso esse sono la sola forma di associazionismo di riferimento presente sul territorio. Talvolta sono il testimone di un più elevato livello di pratica in situazione di emigrazione. Sono inoltre un buon termometro del livello di organizzazione delle varie comunità etniche e religiose. Inoltre sono un elemento di maturazione delle leadership islamiche, o talvolta di dimostrazione della loro immaturità. Dall'analisi dei casi empirici e della letteratura studiata a livello europeo emergono con chiarezza alcuni elementi di rilievo. Il primo è l'esistenza stessa dei conflitti. Non c'è quasi paese dove essi non siano emersi, pur nella diversità della forma e della frequenza. Il secondo è la loro accettazione spesso rassegnata, da parte dei musulmani. Il terzo è la loro forma e il loro ruolo. In tutta evidenza i conflitti intorno all'islam non sono quello che sembrano, e non dichiarano il loro contenuto. Ma proprio per questo mostrano in un certo senso la necessità del conflitto stesso, che diventa la modalità con cui il tema reale – la presenza dell'islam, più che quella delle moschee, il contenuto più che il simbolo che lo rappresenta – viene introiettato, discusso, fatto emergere alla superficie. Come si è visto, un tratto comune dei conflitti intorno alle moschee è la visceralità delle argomentazioni, e anche di certe reazioni, da parte di frange estreme e politicizzate. Si pensi all'uso dei rituali di desacralizzazione citati poc'anzi. D'altro canto, il conflitto, soprattutto nelle sue modalità più estreme, è ciò che appare in superficie, e che viene mediatizzato. Ma sono all'opera anche logiche sociali e culturali profonde che vanno nella direzione opposta, quella dell'integrazione progressiva, da parte della gente comune, di istituzioni come la scuola, ma anche di ambienti associativi e religiosi positivamente attivi, che tuttavia non godono del rilievo di stampa delle azioni estreme e delle logiche conflittuali. In fondo i conflitti ci sono, ma è anche vero che, anche in Italia – come dimostra con dovizia di dati e spiegazioni questo libro – vi è un tessuto diffuso di sale di preghiera musulmane; il che dimostra che vi è un processo di accettazione e di integrazione che comunque, a dispetto dei conflitti, funziona. Certo, vi sono anche alcune peculiarità italiane della questione: la principale è che un partito che ha fatto della lotta contro l'islam un suo vessillo, la Lega Nord, è al governo anche a livello centrale, e con la capacità di dettare l'agenda politica sul tema; mentre altrove i partiti populisti o comunque che hanno fatto della lotta all'islam un elemento importante della loro costruzione identitaria sono all'opposizione. Detto questo, a livello locale le posizioni sono talvolta più sfumate e differenziate. Perché a questo livello i problemi non possono solo essere evocati e strumentalizzati: prima o poi vanno anche risolti, a beneficio di tutti. Stefano Allievi torna alla scheda |