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Vite senza permesso
di Manuela Foschi


(di Daniele Barbieri - Liberazione, 3 maggio 2009)
Vite senza permesso, immigrati "italiani" si raccontano - Dipende sempre dal tono e dal contesto ma quando tanti italiani emigravano e si sentivano appellare "macaroni" si divertivano poco. Senza bisogno di sofisticati ragionamenti, è evidente che le etichette appiccicate a interi popoli negano gli individui. Anche "vucumprà" di per sé non suona offensivo ma chiamare così ogni persona straniera sa di pigrizia mescolata a razzismo. Eppure tanti – anche giornalisti – continuano a usare questa definizione per definire i migranti pur se, nell'attuale mercato del lavoro, la maggioranza di loro esercita mestieri ben diversi dal venditore e talvolta parla un italiano migliore di qualche ministro.
Dunque ha fatto bene Manuela Foschi a non usare "vucumprà" nella copertina del suo bel libro (160 pagine per 12 euri) pubblicato da Emi: Vite senza permesso, con il sottotitolo Interviste ad ambulanti immigrati che attraversa un fascinoso disegno di Fuad Aziz.
Come prendere la licenza, perderla (per colpa della burocrazia), ri-diventare "clandestino". La prima delle 14 interviste è al senegalese Sidy: «tanti parlano di civiltà e democrazia ma non sanno cosa significano» spiega e si può permettere parole così impegnative perché, poco prima, ci ha regalato un paio di lezioni di storia e politica; come farà più avanti il suo connazionale Mamadou che chiude il libro donandoci informazioni e preziose riflessioni. Nel libro si incontrano altri 4 senegalesi. Bass, "cittadino del mondo", da anni attivo nel Coordinamento migranti di Bologna. Mandiaye, diventato attore a Ravenna, ora porta avanti un bellissimo progetto basato sulle "Tre t" (terra, teatro e turismo). Modou passato dal vendere gli accendini a un market equo-solidale. Infine Rama, straordinaria cuoca "di strada".
Difficile il cammino di Okechukwu, che nel migrare si scopre scrittore e si reinventa operaio o venditore porta-a-porta: oggi si definisce "uomo di mezzo", un ponte fra Nigeria e Italia. Tragica la storia del pakistano Sajid, a stento salvatosi da un naufrago; come pure la vicenda del cinese Shaohan che, impaurito da un primo arresto in treno, arriva in Italia a piedi dall'Ungheria; o quella del rumeno Cristian che a Bologna vende per strada Piazza grande, mensile dei senza fissa dimora. Due gli incontri a Napoli: con l’algerino Abdel e con l'ivoriano Aboubakar, uno dei più impegnati politicamente (è anche sindacalista con Rdb-Cub). A confronto sembrano quasi tranquille le vicende della bangladese Ara, negoziante di successo, e della cinese Juan dai mille mestieri (ambulante, massaggiatrice in spiaggia, operaia, cameriera, mediatrice culturale... oltre che studentessa modello e nel direttivo del Pd locale).
Prevalgono le differenze nei 14 identikit ma in comune c'è essere "ambulante" (tuttora o per una fase). Se fossimo meno pigri capiremmo che i "vucumprà" non vendono solo merci ma spesso socialità e/o benessere che si può esprimere in forma di massaggi ma anche di incontro. Tahar Lamri (algerino da tempo in Italia, scrive fra l'altro per Internazionale) nella post-fazione ricorda un venditore che a inizio giornata rifiuta di cedere la sua merce: «ciò che mi offri è equo però se ti vendo tutto adesso con chi parlerò per il resto della giornata?».
Viste le polemiche ventennali contro i "vucumprà" sembra incredibile che su di loro non esistano ricerche approfondite ma è così. Al solito la maggioranza di politici e giornalisti finge di sapere qualcosa ma in realtà va avanti per pregiudizi. Se gli ossessionati della sicurezza leggessero Vite senza permesso senza preconcetti scoprirebbero quanto aria fritta hanno in testa; ma ci spiegava Albert Einstein che è più facile rompere un atomo che un pregiudizio e dunque qualche scribacchino de Il giornale o della Padania riuscirebbe a trovare due righe per strillare al complotto, all'invasione, alla guerra santa, alla rottura del settimo sigillo, paraponzi-ponzipò.
Libro militante? Di certo Manuela Foschi non nasconde le sue opinioni anche se correttamente non interviene a commentare le storie raccolte. A tradire la sua passione è la prefazione ma anche la piccola nota che, a inizio libro, informa che l'autrice destinerà i suoi guadagni allo sportello Sans papier della comunità san Benedetto al Porto, nata a Genova intorno a quel vulcano che si chiama don Gallo. Nell'appendice al volume è pubblicata una sintesi della Guida informativa per venditori ambulanti realizzata da alcune associazioni; sull'ottimo sito www.meltingpot.org il testo completo e aggiornato.


(Africa News, 21 marzo 2009)
Vite senza permesso di Manuela Foschi è una raccolta di quattordici interviste ad altrettanti stranieri presenti sul territorio italiano. Il sottotitolo del libro, interviste ad ambulanti immigrati, precisa meglio lo sguardo verso cui l'autrice ha rivolto il suo interesse: non verso badanti o lavoratori nelle campagne o nell'industria, ma verso i "vu cumprà".
È una storia nelle storie quella che viene raccontata attraverso le quattordici interviste. Tutti i protagonisti del libro, infatti, sono accomunati da una stessa storia di sofferenze, di dignità della persona calpestata, di degrado, perché costretti a nascondersi, a dormire nelle stazioni o in edifici abbandonati o in tanti in una singola stanza.
Difficoltà, disagi, paure, intolleranze, tutto questo accomuna i protagonisti del libro: difficoltà, che i migranti devono affrontare nel nostro paese, per il rinnovo del permesso di soggiorno, per i ricongiungimenti familiari, per la casa, per il lavoro; disagi vissuti durante i controlli delle forze dell’ordine e di paura di essere internati nei Centri di permanenza temporanea, i cosiddetti Cpt, di fatto carceri di detenzione permanente; ma anche di paure provocate dai nostri comportamenti: «La prima volta che ho cercato di parlare con un italiano ho avuto paura. Ero a Milano e ho chiesto dov'era la stazione. Questa persona, appena ho aperto bocca e ha sentito la mia pronuncia, ha alzato le braccia puntandomele contro e mi ha gridato: 'Stai lontano'».
È la storia di veri e propri pesi messi sulle loro spalle per scoraggiare l'immigrazione, di leggi che non favoriscono l'integrazione. Bass, proveniente da Dakar e arrivato in Italia nel '92, racconta dei disagi tremendi creati con il nuovo decreto attuativo nel 2005, dei tanti soldi necessari per ogni rinnovo, dei tempi di attesa triplicati, dell'ingiusta forma di criminalizzazione che viene operata dai media che parlano d'insicurezza nelle città dovuta alla presenza degli stranieri.
È anche la storia di diffidenze, intolleranze e discriminazioni nostre, di noi italiani, nei confronti degli stranieri. Rama, senegalese che vive e lavora a Brescia, dice: «Fino a qualche anno fa si stava bene, ora è difficile vivere. C'era più serenità, non la cattiveria di adesso. C'è tanta intolleranza a Brescia. Tanta davvero. Mi dicono: 'Brutta nera vattene da qui'. Gli italiani non sono tutti così, ci sono anche quelli buoni».
Ciò che maggiormente ferisce Rama sono le discriminazioni che subiscono i suoi figli ogni giorno a scuola. I suoi figli non li fa uscire di casa, dopo la scuola, perché teme che vengano offesi e perché nessuno degli italiani fa giocare i propri figli con quelli degli immigrati.
Questa storia identica, per difficoltà, disagi, intolleranza, sfocia, però, nel corso del racconto, in storie personali diverse, perché tutti, da venditori ambulanti clandestini per anni, sono diventati oggi alcuni commercianti, altri operai, facchini, imbianchini, muratori, sindacalisti, altri ancora mediatori e mediatrici culturali e altri, infine, attori e scrittori.
Inoltre, i protagonisti del libro aiutano a conoscere culture e ideali di altre parti del mondo. Sfatano tanti luoghi comuni sugli stranieri e sui loro paesi.
Colpisce il coraggio che mostrano di fronte a tutte le difficoltà che incontrano. Non si arrendono, anche se la tentazione di mollare tutto e di ritornare al paese d'origine è forte all'inizio.
Alla fine, tuttavia, non si lasciano vincere da questa tentazione perché sarebbe una sconfitta agli occhi dei parenti che hanno lasciato e ai quali mandano buona parte dei loro guadagni.
Colpisce la generosità con la quale aiutano non solo i loro parenti più stretti, ma anche i loro compaesani, la loro terra, perché con le loro rimesse vengano costruiti pozzi, ospedali, orfanotrofi.
Si rimane sorpresi piacevolmente di fronte allo spirito d'iniziativa che manifestano, all'intraprendenza e alla determinazione con cui portano avanti i loro progetti: tra di loro c'è chi fa politica, in un coordinamento di Bologna o in un comitato a Napoli, con analisi approfondite e controcorrente.
Si rimane anche amaramente sorpresi dal fatto che molti di loro consigliano ai loro connazionali, rimasti nella propria terra, di non venire in Italia "perché qui c’è gente cattiva".
Vite senza permesso è un libro di storie di migranti, i quali, chi più, chi meno, sono riusciti a inserirsi. Manca, però, la voce di chi non ce l'ha fatta, di chi è finito male tra le maglie della malavita. L'augurio è che a questo ne seguirà un altro.
Vite senza permesso va letto intanto perché esistono pochissime ricerche sui "vucumprà" e quello che si conosce su di loro viene da quotidiani o da tuttologi di turno che hanno sempre qualcosa da dire sugli ambulanti, spesso senza aver parlato con loro.
Inoltre il merito di Manuela Foschi è quello di avere lasciato parlare gli stranieri, di avere raccolto le loro storie cercando d'intervenire il meno possibile, e, quindi, di conoscere il punto di vista degli stranieri sulla loro situazione in Italia e sugli italiani.
Un altro merito è quello di riscoprire valori dimenticati o trascurati quali l'amicizia, il rispetto per uomini e donne e per la natura, la socialità, la condivisione.