|
Recensioni |
Il ventre del pitone
di Enzo Barnabà ![]() Barnabá, l'Africa nuova di Cunégonde (di Laura Silvia Battaglia - su: Avvenire, 11 dicembre 2010) "Quando muore un vecchio è come se bruciasse un'intera biblioteca". Non c'è proverbio più lontano dalla società occidentale di questo. Non possiamo che lodare questo proverbio che gli stessi africani hanno coniato e di cui mantengono memoria. Nonostante le piaghe che affliggono il Continente Nero: migrazione, consumismo e neo-colonialismo cinese. Ed è proprio nel tempo e nella memoria che si snoda la storia di Cunégonde, raccontata da Enzo Barnabà, scrittore siciliano ma con la malattia dell'Africa, ne Il ventre del pitone, romanzo già pubblicato in Francia lo scorso anno e adesso in edizione italiana per la Emi, con prefazione di Serge Latouche. Latouche si chiede come abbia fatto Barnabà, lui siciliano ma innamorato dell'Africa, a mettersi nei panni di una donna di etnia abigì e del suo percorso di crescita e di migrazione insieme, resta un miracolo. Questo libro affronta il tema stesso della migrazione senza retorica ma, anzi, con una divertita e insieme amara riflessione nel descrivere le 'una, cento e mille afriche' dell’Africa nera. La storia che si racconta ne Il ventre del pitone è vera ed è vita vissuta da una donna che oggi vive a Palermo, le cui confidenze sono state raccolte da Barnabà. È la storia di un azzardo e di una ribellione silente: soprattutto nei confronti dell'irrazionalità che diventa la trappola con cui chi detiene il potere nella società africana controlla la vita delle persone, in specie delle donne. Una trappola da cui è difficile, però, tirarsene fuori, come insegnano le storie di molte ragazze che si prostituiscono sui nostri marciapiedi e che non si affrancano dalla schiavitù per paura di essere maledette o perseguitate da quegli spiriti vendicativi che, si dice, abbiano potere sugli uomini. Per la sua forza e per l'istinto di sopravvivenza che l'ha aiutata a concludere positivamente la sua sfida di migrante, Cunégonde, in un modo o in un altro, può essere considerata un ottimo esempio di ciò che è la nuova Africa: un misto di purezza e prudenza, tradizione e spinta verso il nuovo, capacità di rinascere ogni giorno e ogni giorno inventarsi una soluzione nuova per il futuro. Il ventre del pitone, infatti, ci testimonia un volto autentico e poco conosciuto dell’Africa, un Continente in cui il valore delle relazioni parentali e amicali supera tutte le altre ma dove, insieme alla più grande solidarietà, è possibile trovare forme di razzismo efferatissimo tra neri. Cunégonde parte dal villaggio di Sikensi con un destino europeo nel suo nome e arriva a Palermo attraversando più esistenze nella sua stessa esistenza, lei giovane e volitiva: figlia maggiore di una famiglia numerosa, studentessa non troppo modello, ragazza timida e scettica sui valori della tradizione legati alla magia, non conformista sul ruolo che nella tradizione tocca alla madri (per questo loderà e difenderà la sua che avrebbe osato abbandonare il padre, dopo il suo secondo matrimonio), e ancora venditrice, operaia, amante, viaggiatrice, migrante costante e tenace. Attratta dal bianco percepito non solo come possessore di portafoglio ma come persona, come dispensatore di una mentalità appena diversa: una ragione che la porterà a sfidare il destino per mare senza cadere tra le sue onde, senza lasciarsi andare, appunto, "nel ventre del pitone". Cunégonde è la nuova Africa, portatrice sana di un pericolo che la nota di Serge Latouche spiega molto bene: la colonizzazione dell'immaginario. Perché il crimine più grande che in questo momento si consuma in quel Continente, a danno delle nuove generazioni, è quello di attribuire all'Occidente un volto che non corrisponde alla realtà. Questo "altrove di paradiso" che, troppe volte e troppo spesso, si trasforma in una via più breve per la morte lungo le carovane della migrazione. E che, per chi riesce a superare queste colonne d'Ercole, spesso apre le porte di un altro inferno. |