Jacques Dupuis, il pioniere del dialogo

Un contributo di mons. Erio Castellucci che rielabora il suo intervento alla presentazione del libro di Gerard O’Connell «Il mio caso non è chiuso» Conversazioni con Jacques Dupuis.

15/04/19 - Questo contributo rielabora l’intervento di mons. Castellucci alla presentazione del libro di Gerard O’Connell «Il mio caso non è chiuso» Conversazioni con Jacques Dupuis avvenuta al BUK Festival di Modena sabato 13 aprile.

Jacques Dupuis, il pioniere del dialogo

«Posso dire in tutta sincerità che Gesù Cristo è stato l’unica passione della mia vita». È questa l’affermazione che resta scolpita nella memoria quando ci si avvicina, a distanza di anni, all’autobiografia intellettuale di Jacques Dupuis. Il teologo belga fu il sostenitore di una teologia del pluralismo religioso - contenuta in un libro edito da Queriniana nel 1997 - che ebbe vicissitudini travagliate nella sua ricezione.

L’affermazione di Dupuis sopra ricordata è contenuta in un libro di memorie, inedito e postumo, ora disponibile al pubblico italiano, scritto e curato da Gerard O’Connell, giornalista e amico di Dupuis, il quale raccolse dalla viva voce di Dupuis stesso il lungo racconto della sua vita, dell’articolarsi del suo pensiero, della formulazione della sua teologia delle religioni, così come delle difficoltà con le autorità della Chiesa allora deputate alla valutazione delle opere teologiche. 

Le oltre 400 pagine che compongono queste Conversazioni con Jacques Dupuis, come recita il sottotitolo di «Il mio caso non è chiuso», pubblicato in questi giorni da Editrice issionaria italiana - testo importante per quanti hanno a cuore lo sviluppo della teologia e del dialogo tra le religioni - si leggono come una sorta di romanzo teologico. Si avverte anzitutto la squisita e granitica passione cristologica ed ecclesiologica di Dupuis, il quale non cedette alla tentazione di lasciare la propria Chiesa, dalla quale si sentì incompreso e ingiustamente accusato. Né mai si lasciò intruppare nelle maglie del dissenso ecclesiale, ricalcando i passi di personalità come Yves Congar e Henri de Lubac, come lui stesso ricorda.

Il documento di Abu Dhabi sarebbe piaciuto a padre Dupuis

Oggi che papa Francesco ha chiesto nuovo coraggio alla Chiesa, per un dialogo interreligioso pienamente integrato nella missione evangelizzatrice, si può ritornare più serenamente al pensiero di Dupuis. Basta leggere un testo firmato di recente, il Documento sulla «Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la convivenza comune» sottoscritto ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahamad al-Tayyib, dove tra l'altro si afferma: «Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani». Un'affermazione audace, che supera il semplice pluralismo «de facto», ossia la mera presa d'atto dell'esistenza delle differenze, ma non arriva ad affermare un pluralismo «de iure» che depotenzierebbe la missione. Credo che questo ed altri passi, a partire dal magistero di Giovanni Paolo II, vadano piuttosto intesi sulla linea dei «segni dei tempi» rilanciati da papa Giovanni XXIII: la storia presenta dei «fatti» macroscopici attraverso i quali è il Signore stesso, attraverso il suo Spirito, ad interpellare la Chiesa e attivarne il discernimento, la capacità di dialogo e la responsabilità evangelizzatrice. Tra questi «fatti» si colloca il pluralismo religioso.

La dichiarazione di Abu Dhabi sarebbe indubbiamente piaciuta a padre Dupuis, che conobbi quando venne a Bologna ad insegnare per un semestre, nei primi anni Novanta, allo Studio Teologico nel quale ero docente. Ascoltandolo allora, sia in alcune lezioni sia in dialoghi privati, mi resi conto che stava assumendo un paradigma diverso rispetto al «cristocentrismo inclusivo» elaborato nel suo primo volume del 1989, Gesù Cristo incontro alle religioni, e stava maturando piuttosto quel «pluralismo inclusivo» che connota il volume del 1997. Lungi tuttavia dall’essere un relativista, Jacques Dupuis teneva sempre fisso il suo sguardo sulla centralità di Gesù Cristo, al quale aveva deciso di dedicare la vita diventando gesuita e missionario.

L'incontro decisivo con la realtà religiosa dell'India

I suoi 36 anni di residenza in India, di cui 25 dedicati all’insegnamento, sono stati - come lui stesso riconosce nelle conversazioni con Gerard O’Connell - un tempo di grazia, un periodo di feconda scoperta della diversità religiosa. Non nel gusto esotico di chi conosce per sentito dire altre culture e religioni, ma attraverso l'immersione nella vita di quei popoli che la vocazione cristiana gli ha donato come famiglia di elezione. Dupuis venne ordinato sacerdote in India; dei vescovi indiani divenne fidato e fattivo collaboratore; e questo servizio «nazionale» divenne «universale» quando egli fu nominato consultore del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso. Il senso di cattolicità in Dupuis era del resto spiccato: la sua notorietà internazionale e il suo peregrinare di università in università, di Paese in Paese per conferenze, lezioni, congressi e seminari, ne sono una valida testimonianza

Ecco come padre Jacques spiegava il suo primo contatto con il mondo delle religioni indiane: «Il mio primo incarico a Calcutta è stato al liceo del Saint Xavier’s College, dove sono entrato in contatto con oltre mille studenti, la stragrande maggioranza dei quali era, come si diceva in quei giorni, "non cristiana"» racconta a O’Connell. «Sono rimasto colpito sia dalla capacità intellettuale di quegli studenti sia dalla loro moralità elevata ed eccellenza spirituale. Sembravano avere tutte le virtù naturali e soprannaturali. Inevitabilmente mi sono chiesto: da dove prendono queste ricche doti spirituali? E la risposta è arrivata da sé: le tradizioni religiose a cui questi studenti e le loro famiglie appartenevano, e che essi praticavano con serietà, dovevano pure avere qualche ruolo».

Questo incontro con la realtà religiosa dell’India è stata per Dupuis foriera di un significato decisivo a livello teologico e intellettuale: «Ho detto spesso - afferma nel libro curato da Gerard O’Connell - che considero la mia lunga esposizione alla realtà culturale e religiosa indiana la più grande grazia che ho ricevuto da Dio nella mia vocazione professionale di teologo. Ho imparato enormemente da quelle generazioni di studenti indiani di teologia. Non mi vergogno di dire che questa esperienza ha cambiato profondamente il mio abituale modo di vedere, e ha dato una forma nuova al mio pensiero teologico». 

I tempi sono maturi per incamminarsi sui sentieri aperti da Dupuis

La teologia di Dupuis è stata dunque plasmata dal pluriennale incontro con le religioni asiatiche, come afferma lui stesso: «Il problema consiste nel chiedersi se e come la fede cristiana in Gesù Cristo salvatore universale sia compatibile con l’affermazione di un ruolo positivo delle altre religioni per la salvezza dei loro membri, in accordo con l’unico piano salvifico progettato da Dio per l’intera umanità. Io - tra altri - do una risposta positiva a questa domanda e costruisco le mie argomentazioni basandomi su alcuni dati della parola rivelata di Dio e della tradizione cristiana». I tempi sono maturi per incamminarsi, pastori, teologi e tutto il popolo santo di Dio, sui sentieri aperti da Dupuis, esploratore a volte incerto sui singoli tratti del percorso - come è di tutti i pionieri - ma sicuro nel passo e appassionato del cammino.

+ Erio Castellucci
Arcivescovo di Modena - Nonantola

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