Tra economia e società, lezioni di pandemia secondo Giraud

Gäel Giraud, economista, gesuita, autore di Transizione ecologica, offre in esclusiva ai nostri lettori alcuni spunti di analisi e riflessione sia di carattere economico che di ambito sociale per intravedere alcune possibili piste di uscita dall’emergenza coronavirus a livello globale.

Non torniamo al «mondo di ieri»

Guardando da vicino all’aspetto economico, vorrei presentare qui una scelta che si potrebbe fare e che segnerebbe in meglio il nostro futuro. Con la boccata di ossigeno che gli Stati potrebbero avere dai corona-bond emessi dalla Bce, gli Stati potrebbero aiutare finanziariamente i settori industriali della transizione ecologica. Perché riportarci tutti al «mondo di ieri» non avrebbe alcun senso: il coronavirus rischia di mutarsi durante l’inverno australe nell’emisfero sud e di ritornare da noi in autunno. inoltre, vi saranno altre pandemie indotte dalla distruzione della biodiversità: la deregulation ecologica sarà ancora peggiore di quanto è stato il Coronavirus. Dobbiamo dunque approfittare di questa crisi per ricostruire un’economia resiliente e mettere in opera la transizione ecologica.

Ora, l’Africa siamo noi

Attenzione, però. Dobbiamo guardare anche un po’ più in là di quel che succede da casa nostra. Noi ci stiamo concentrando sull’Europa e sugli Stati Uniti, ma dobbiamo allargare il nostro sguardo. La situazione potrebbe diventare terribile nel Sud del mondo. In India la sovrappopolazione, unita all’interruzione della catena alimentare, rischia di provocare delle carestie. Nell’Africa sub-sahariana l’età molto giovane della popolazione può rappresentare una protezione. Ma i piani di aggiustamenti strutturali del Fondo monetario internazionale messi in atto negli ultimi 30 anni hanno annientato il settore sanitario e ospedaliero ereditato dall’epoca coloniale. La tragedia che vediamo svolgersi davanti ai nostri occhi negli ospedali di Bergamo e di Brescia è sfortunatamente una questione che si verifica ogni santo giorno in Africa da qualche decennio a questa parte. Bisogna certamente annullare una gran parte dei debiti pubblici dei Paesi poveri per permettere agli Stati di mettersi al riparo il più in fretta possibile dai danni della pandemia. Il Club di Parigi sta preparando delle proposte in questo senso. Il Fondo monetario internazionale può fornire dei diritti speciali di prelievo (che potrebbe distribuire anche all’Europa o agli Stati Uniti) per aiutare i finanziamenti di misure speciali.

Benedetto welfare state

La crisi sociale ed economica del coronavirus ci sta anche dando una grande lezione. In Europa stiamo scoprendo che la protezione sociale in caso di disoccupazione, la protezione sanitaria e il sistema pensionistico, tutte modalità del welfare costruite nel secondo dopoguerra, sono eccellenti scudi contro la caduta della classe media nel vortice della miseria. Bisogna rafforzare tutte queste istituzioni solidaristiche. Abbiamo capito che siamo tutti solidali gli uni gli altri dal momento che la salute di una famiglia di Wuhan riguarda la salute del mondo intero? Abbiamo compreso che il capitalismo è incapace di resistere a un semplice virus se non abbiamo un servizio sanitario pubblico potente? Negli Stati Uniti questi scudi sociali non esistono, le conseguenze che si prospettano (200.000 vittime, il 30% di disoccupazione) saranno molto più terribili che in Europa.

Elaborare il lutto, questo sconosciuto

Del resto, quella che stiamo vivendo è anche una crisi «sentimentale» collettiva. Oggi, una delle difficoltà più grandi che molti di noi si ritrovano a vivere è quella di non elaborare il lutto dei propri parenti morti, dal momento che non è possibile partecipare ai funerali. Questa difficoltà può provocare un trauma collettivo nelle regioni più duramente colpite: i nostri morti, che noi abbiamo amato ma che non abbiamo potuto accompagnare anche solo simbolicamente, ci toccheranno per un lungo periodo.

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